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Comune di Triora - Provincia di Imperia Corso Italia 9 - Tel: 0184/94049 - Fax: 0184/94164 - CAP:18010 e-mail:comunetriora@libero.it |
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Le streghe di Triora vivono ancora Per
la donna triorese quell’insignificante pianta, chiamata erba
della Madonna, rappresenta un vero toccasana contro ogni male,
dall’insonnia al mal di pancia, dal raffreddore ai disturbi nervosi.
Prelevandone una manciatina dal barattolo non fa che perpetuare una
pratica atavica. Il nome volgare dell’erba, strigonella
o erba stregona, è una
delle numerose contraddizioni insite nella storia delle streghe di
Triora.
Anche la mamma che sfrega l’aglio o pone il rametto di assenzio
sul pancino del bimbo agitato per scacciare i vermi e gli spiriti
maligni non fa che confermare antiche conoscenze.
Ora, almeno ufficialmente, le streghe a Triora non esistono più;
rimane il ricordo di racconti fantastici, popolati di incubi ma
soprattutto le lettere, i verbali di interrogatori e torture e le
sentenze di condanna a morte di oltre quattrocento anni fa. Quelle
pagine ingiallite dal tempo parlano di donne accusate delle colpe più
orrende: l’infanticidio, l’accoppiamento carnale con il diavolo,
l’inaridimento delle mammelle delle mucche e l’inacidimento del
latte materno. Una bàgiua
aveva provocato una tempesta talmente dannosa da compromettere
definitivamente il raccolto delle vigne per almeno tre anni, un’altra
ancora aveva confezionato un veleno, composto da cervello di gatto e si
sangue umano, facendolo ingerire mortamente ad un cappellaio genovese.
Talvolta, per guastare chi avesse loro arrecato qualche sgarbo, si trasformavano
in gatti, intrufolandosi nelle abitazioni; non disdegnavano neppure di
assumere le sembianze di un caprone, magari per volare all’isola della
Gallinara. Anche
una presunta carestia era colpa, anzi la principale colpa - quella che
diede inizio alla triste vicenda, con lo stanziamento di ben cinquecento
scudi da parte del Parlamento - di quelle trenta donne, di quel
fanciullo anch’egli accusato e di quello stregone finito dietro le
sbarre delle carceri genovesi.
Se i roghi non illuminarono l’Alta Valle Argentina, non fu
certo dovuto ad un atto di clemenza, bensì ad un aspro contrasto fra le
autorità civili e quelle religiose.
Passando per le vie dell’antico borgo medievale, si provano ancora improvvisi brividi; alle inferriate delle abitazioni di Via San Dalmazzo, adibite a carcere, sembrano giungere lamenti, che a poco a poco a poco diventano urla raccappriccianti.
L’inumano Commissario, in preda a veri e propri raptus,
venne dapprima scomunicato per la sua ferocia ed implacabilità ma
successivamente assolto per questioni meramente politiche e di
convenienza.
Presso la
Cabotina, casolare dall’aspetto tetro da sempre
creduto dimora delle streghe, durante certe notti nebbiose sembrano
risuonare grida gutturali, mentre luci illuminano improvvisamente la
zona, dandole un aspetto vieppiù sinistro. Le streghe non sono morte. Sopravvivono, oltre che nei gesti e nelle abitudini quotidiane, tra i muri, nelle foreste e presso le sorgenti della magica ed incantevole Valle Argentina.
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