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Parco Archeologico dell'Arma del Grà di marmo 

Grotticella sepolcrale dell'età del rame 

REALDO

 

Nella seconda metà del terzo millennio a. C. dalla Francia Meridionale giungono nell’estrema Liguria di Ponente, lungo le antiche vie di crinale e della transumanza, nuove popolazioni, portatrici di una nuova cultura -materiale e spirituale- originaria degli altipiani della Linguadoca. Introducono il rito del seppellimento collettivo in monumenti funerari all’aperto, nei caratteristici dolmens , o in grotte naturali. Costruiscono ancora armi e strumenti scheggiando la pietra, ma hanno raggiunto un nuovo stadio tecnologico: quello dell’estrazione e della lavorazione dei minerali di rame per fabbricare piccoli oggetti ornamentali (pendagli, perle di collane, bracciali, collari), strumenti di uso quotidiano (asce, aghi, punteruoli, punte per ritoccare e rifinire gli attrezzi in selce) o armi, molto prestigiose, che pochi potevano permettersi (pugnali, alabarde, asce da combattimento). Nella loro lenta emigrazione verso oriente raggiungono il Finalese e l’alta Valle Pennavaira, in provincia di Cuneo.

 


Una piccola comunità pastorale, o un clan familiare, scelse le immediate vicinanze dell’odierno abitato di Realdo come luogo di stanziamento stagionale nei periodi della transumanza estiva (come potrebbe testimoniare la scoperta sporadica di un’ascia levigata in pietra verde poco oltre il Monumento ai Caduti) e la Grà di Marmo, grotticella nascosta e di difficile accesso, come luogo di sepoltura collettiva dei propri morti.

L’Arma della Grà di Marmo è una piccola cavità di origine carsica che si apre, a 985 metri di quota, nei calcari grigi del Luteziano (Eocene Medio) ricchissimi di fossili di Nummoliti, caratteristici organismi marini unicellulari dotati di guscio calcareo.

Segnalata dai fratelli Enrico ed Erminio Lanteri Motin di Realdo, la grotta è stata oggetto, a partire dal 1963, di quattro campagne di scavo condotte dal Gruppo Ricerche della Sezione di San Remo dell’Istituto Internazionale di Studi Liguri, per conto della Soprintendenza Archeologica della Liguria.

 

TIPOLOGIA SEPOLCRALE E RITUALE FUNERARIO 

 

Gli scavi, diretti da Massimo Ricci, hanno messo in luce, immediatamente sotto un esiguo strato di humus, un deposito sepolcrale composto da uno spesso e caotico ammasso di ossa umane deposte all’interno di una fossa, scavata in uno strato argilloso formatosi sul suolo naturale roccioso, lungo l’asse di un cunicolo in forte pendenza.

La fossa era delimitata da un irregolare muretto di pietre e ricoperta da lastre calcaree di varie dimensioni, poste a copertura e a protezione del sepolcreto. Le ossa del bacino e delle gambe, rinvenute ancora in connessione anatomica immediatamente sotto le lastre di copertura, provano che i defunti venivano inumati in posizione rannicchiata.

A causa della ristrettezza del luogo, ogni nuova deposizione sconvolgeva quella precedente. Diverse ossa umane presentano tracce di parziale combustione, causate, più che dalla esistenza di un rito incineratorio, da fuochi accesi occasionalmente, o per pratiche rituali, nel corso delle nuove inumazioni.

L’alto numero di individui sepolti nell’Arma della Grà di Marmo (più di venticinque) indica che la grotticella è stata usata per scopi sepolcrali per un lungo arco di tempo, nel corso dell’Età del Rame, fino alle soglie del Bronzo Antico. Due campioni di ossa umane, datate con il metodo del C 14, si collocano in cronologia ricalibrata tra il 2800 e il 2400 a.C.


IL CORREDO FUNERARIO: L'INDUSTRIA LITICA E LA CERAMICA

Lo scavo ha restituito un ricco e vario corredo funerario, tipico dell’Età del Rame, costituito in massima parte da armamentario litico e da piccoli oggetti di ornamento. Reperti del tutto simili sono stati rinvenuti nei dolmens e nelle grotte sepolcrali dei vicini dipartimenti francesi delle Alpes-Maritimes e del Var.L’industria litica scheggiataSi tratta unicamente di cuspidi di freccia e “semilune”, in selce e diaspro di provenienza non locale: punta di freccia di forma di losanga, a ritocco piatto, bifacciale e invadente (n.13) punte di freccia di forma foliata, a ritocco bifacciale invadente (nn.7,11,12,14) punte di freccia di forma foliata con peduncolo, a ritocco bifacciale invadente (nn.8,9,10) punta di freccia di forma foliata, a ritocco piatto invadente su di una faccia; sull’altra, piatta, il ritocco è limitato alla punta e alla base (n.6) “semilune”, ricavate da lamelle di selce, con dorso a ritocco erto (nn.1,2,3,4,5). La numero 2 tende alla forma triangolare e la numero 1, irregolare, ha il dorso molto spesso. Le “semilune”, probabilmente, servivano ad armare cuspidi di freccia a tranciante laterale.

 

L’industria litica levigata

E’ rappresentata da un frammento di tallone di ascia levigata in pietra verde (giadeite). Le asce e le accette levigate venivano usate per la lavorazione del legno o per il taglio degli alberi e, all’occorrenza, come arma di difesa. Per fabbricare un manufatto finito era necessario procedere a tre distinte fasi di lavorazione: in un primo momento i ciottoli in pietra verde venivano sbozzati e preformati, nelle misure volute, con la tecnica della scheggiatura; seguiva la martellinatura delle superfici -usando probabilmente come percussore un ciottolo della stessa materia- per formare il tallone e il corpo dell’ascia; raggiunta la forma voluta si procedeva infine a formare il tagliente mediante una prolungata levigatura con abrasivi. Ultimata la lavorazione, l’ascia o l’accetta, per sopportare meglio gli urti violenti prodotti nei lavori di taglio, veniva incastrata entro un manicotto ricavato da un palco di corna di cervo, molto resistente ai colpi, e quindi fissata, sempre per incastro, ad un manico di legno.

 

La ceramica

Lo scavo ha restituito i frammenti di un unico vaso ricostruito quasi interamente: è un vaso a corpo ovoidale, a fondo piatto, con anse a gomito e bugne piatte concave, contrapposte, sulla pancia. 
Questo vaso preannuncia le forme tipologiche di Polada, cultura dell’antica Età del Bronzo (2200-1600 a. C.) dell’Italia Settentrionale. 

Un esemplare molto simile è stato rinvenuto nella Grotta dell’Antenna, nei pressi di Borgio Verezzi (Sv), associato ad un’ascia piatta in rame.  (I materiali rinvenuti nello scavo sono esposti al Museo Archeologico di Sanremo. Sono visibili dei calchi presso il Museo Etnografico di Triora)


IL CORREDO FUNERARIO: GLI OGGETTI DI ORNAMENTO

Lo scavo ha restituito un ricco e vario corredo funerario, tipico dell’Età del Rame, costituito in massima parte da armamentario litico e da oggetti di ornamento.

Reperti del tutto simili sono stati rinvenuti nei dolmens e nelle grotte sepolcrali dei vicini dipartimenti francesi delle Alpes-Maritimes e del Var.

 

Gli oggetti ornamentali in pietra

Sono costituiti esclusivamente da centinaia di vaghi di collane: diciannove perle “à ailettes” (perle “ad alette”), del tipo a globuli, in marmo o calcite. Le cosiddette perle “à ailettes” costituiscono l’elemento più rappresentativo delle culture dolmeniche della Francia meridionale. Ampiamente diffuse in molti paesi d’Europa, sono presenti anche in Italia: in Liguria sono state ritrovate, oltre che nell’Arma della Grà di Marmo, in Valle Argentina stessa, nella Tana Bertrand (Badalucco), nell’Arma della Vigna, presso Loreto di Triora e nella Tana dell’Armusso, in Val Maremmola (Sv); in Lombardia, nel Buco del Corno di Entratico, nel Bus della Scabla di Aviatico e nella Buca di Andrea a Zogno; nel Veneto alle Colombare del Negrar. sessantasei perle “a goccia”, in marmo o calcite perle a tre e quattro lobi, in marmo o calcite (n.4) duecentonovanta perline discoidi in steatite e in cloritoscisto (nn.1,6). Queste piccole perline venivano usate per distanziare tra loro i vaghi di collana più grossi. Diverse perle “a goccia”, infatti, sono state rinvenute con una perlina di steatite ancora incastrata nel foro di sospensione. perline in calcare bianco (n.5) sedici perle biconiche sfaccettate, scalariformi, in steatite (n.3) una perla olivare in pietra verde (n.2)

 

 

 

Gli oggetti in osso

Gli unici due oggetti in osso rinvenuti sono: un pendaglio ricurvo, a sezione circolare, ricavato da una zanna di cinghiale (n.2) una placchetta multiforata di forma rettangolare leggermente ricurva, ricavata da un segmento di lamina di zanna di cinghiale (n.1). Aveva forse la funzione di distanziare le fila di perle di collana tra loro.

 

Gli oggetti in rame

Particolarmente importanti, per la rarità dei ritrovamenti di manufatti metallici fatti in altri siti di questo periodo, sono gli oggetti in rame: un pendaglio ricurvo, mutilo della testa (n.4) un piccolo pendaglio di forma triangolare con foro centrale (n.3). Un esemplare identico è stato rinvenuto nel dolmen della Verrerie-Vieille presso Saint-Paul-lez-Fayence nel dipartimento del Var, in Francia.
Una perla biconica, ricavata da una lamina di rame avvoltolata e saldata (n.1) uno spillo a punta leggermente ricurva - forse accidentalmente - a sezione rettangolare alla base e rotonda al centro (n.2). In origine lo spillo era infisso in un manico di legno ed era probabilmente usato per tatuare la pelle: ipotesi avvalorata dalla scoperta della mummia dell’Uomo del Similaun (Alto Adige), nel 1991, che presenta tatuaggi in varie parti del corpo.

 

Conchiglie marine

Lo scavo ha restituito diversi segmenti di conchiglie di dentalium che, come le perline in steatite, venivano usate per distanziare tra loro i vaghi di collana in pietra.

 

(I materiali rinvenuti nello scavo sono esposti al Museo Archeologico di Sanremo. Sono visibili dei calchi presso il Museo Etnografico di Triora)