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Dal 1815 ai giorni nostri (Parte 1)

Dal giugno 1815 Triora, annessa con il resto della Liguria al Regno di Sardegna, divenne un comune dipendente dalla sottoprefettura di Sanremo. L'economia del paese, ancora quasi totalmente di natura agricola, risultava allora completamente autosufficiente con i suoi ulivi, i vigneti, le fasce di grano-segala e orzo, gli orti accanto alle sorgenti, i frutteti, i castagneti e i pascoli, che fornivano in abbondanza latte e formaggio. Nonostante tutto i ricchi boschi della zona erano soggetti frequentemente al rischio di vasti incendi, come quello avvenuto nel marzo 1819 nei pressi di Aigovo, dove ben 300 alberi di castagno erano andati distrutti con un danno al patrimonio boschivo calcolato in 2000 lire circa.

Qualche anno dopo, e precisamente nel 1831, nell'ambito del piano generale di riassetto delle parrocchie delle diocesi liguri, la parrocchia di Triora, insieme ad altre 24 parrocchie della diocesi di Albenga, venne assegnata alla diocesi di Ventimiglia. Nell'agosto del 1835 una terribile epidemia di colera, che aveva già causato molti morti in tutta la Liguria e in particolare a Genova, investì anche Triora, dove si ebbero numerose vittime.

Nel 1837 vennero ultimati i lavori di ristrutturazione della chiesa parrocchiale della Collegiata con la trasformazione della facciata romanica in una neoclassica, conservante però ancora il portale gotico risalente al XII secolo. Dieci anni dopo iniziarono in Piemonte e in altre regioni italiane i prodromi delle rivoluzioni che avrebbero caratterizzato il 1848 in Italia e in Europa. Due ufficiali di fanteria di Triora, i fratelli Giovanni Battista e Luca Dho, presero parte nell'esercito piemontese alle campagne militari della prima guerra d'indipendenza nel 1848-49.

Nel corso del primo anno di guerra, furono portati a Triora alcuni prigionieri di guerra austriaci, che morirono e furono sepolti nel piccolo borgo ligure, come risulta dagli archivi parrocchiali e del comune. Nel 1850 le suore Figlie di Maria Santissima dell'Orto, guidate dalla fondatrice Caterina Podestà, giunsero a Triora e vi fondarono una casa all'interno del palazzo del vecchio ospedale, di cui assunsero la direzione alle dipendenze della Congregazione di Carità.

L'ospedale triorese era già in funzione in questo edificio da qualche secolo, dopo aver lasciato i ristretti locali di quello di San Lazzaro, poi incorporati nella nuova struttura, all'altezza del piano sottostante a quello dove fu sistemato il municipio in seguito al terremoto del 1887. Nel 1854-58 il maggiore Giovanni Battista Dho, che, come si è ricordato aveva già combattuto nella prima guerra d'indipendenza, prese parte alla guerra di Crimea alla guida di un battaglione; nel corso di questa guerra morirono anche diversi giovani soldati trioresi.

Nel 1856 la popolazione triorese venne duramente flagellata da una terribile epidemia di colera asiatico, il cui tragico passaggio è ricordato da una grande croce di legno piantata al Poggio delle Pie. Tre anni dopo diversi militari trioresi parteciparono alle battaglie della seconda guerra d'indipendenza: uno di essi cadde nella battaglia di Palestro (30-31 marzo), nel corso della quale il tenente colonnello Luca Dho, reduce della prima guerra d'indipendenza, si meritò per il suo eroismo la croce dell'Ordine militare di Savoia, mentre altri sette soldati trioresi perirono nella battaglia di San Martino della Battaglia (24 giugno).

Nel marzo 1860, in seguito alla cessione di Nizza e di parte della sua provincia alla Francia, Triora entrò a far parte della nuova provincia di Porto Maurizio, costituita da quella parte dell'ex provincia di Nizza non ceduta alla Francia, che andava da Cervo a Ventimiglia con il relativo entroterra. Il 17 marzo 1861 avvenne la proclamazione del Regno d'Italia, nel cui territorio venne ovviamente inserita anche Triora con il resto della Liguria.

Nello stesso anno il parroco Francesco Garibaldi fondò la Compagnia dei giovani Luigini, che avevano appunto per patrono San Luigi Gonzaga. Nel 1864 venne posta la prima pietra del nuovo ospedale civico, poi definitivamente completato nel 1867. Nel 1865, abbandonato il vecchio cimitero attiguo alla chiesa dei Santi Pietro e Marziano in piazza d'Armi, si cominciò a seppellire i morti nell'antica fortezza della Repubblica di Genova, detta il Fortino, che nel Medio Evo era stata utilizzata come luogo adibito alle esecuzioni capitali e successivamente posto di guardia e dogana con il Piemonte fino al 1815.

Nel 1868 venne inaugurato il nuovo ospedale civico, terminato l'anno precedente e costruito con la pietra ricavata dalle cave locali. Intorno al 1870 Triora venne colpita da un altro flagello: il vaiolo nero, che mietè molte vittime soprattutto tra i neonati e le puerpere. Nello stesso anno il parroco Francesco Garibaldi istituì la Compagnia delle Figlie di Maria, che venne associata alla Prima Primaria di Sant'Agnese fuori le Mura di Roma.

Nel 1871 iniziarono i lavori di costruzione della strada carrozzabile che, attraversando la valle Argentina, porta da Taggia a Triora. Quattro anni dopo cominciarono delle trattative in vista della prosecuzione della strada provinciale Triora-Briga Marittima, poi continuate fino al momento dell'annessione di Briga alla Francia nel 1947. Nel 1878 venne demolita la vecchia chiesa altomedievale dei Santi Pietro e Marziano per far posto ad una piazza d'armi. Nello stesso anno Triora venne scelta dal ministero della Guerra come sede di una compagnia di alpini, che vi si stanziarono a partire dal 1879. I padri francescani dovettero quindi abbandonare il loro convento di San Francesco, che venne adibito a caserma, detta appunto di San Francesco, e poi, dal 1933, Umberto I, e dal 1934, Saccarello. Successivamente intervenne anche un'ordinanza del ministro Taiani, che obbligò le autorità competenti a estromettere dai conventi soppressi i religiosi e le suore che vi si erano reinstallati.

Nel 1879 l'ingegner Pisani presentò un progetto che prevedeva il passaggio della nuova ferrovia dal borgo di Loreto, dove sarebbe sorta la stazione ferroviaria di Triora, e l'opposta località di Màuta. Nello stesso anno il progetto dell'ingegner Pisani venne inserito nel disegno di legge sul nuovo tratto ferroviario Cuneo-Ventimiglia, il cui tronco Vievola-Ventimiglia avrebbe dovuto necessariamente attraversare l'alta valle Argentina mediante una galleria di entrata sotto il monte Collardente ed un'altra di uscita sotto il colle di Langan per entrare in val Nervia e quindi giungere a Ventimiglia.

A questo punto intervenne però il presidente della Camera dei deputati, il ventimigliese Giuseppe Biancheri, che, con l'appoggio del presidente del Consiglio Agostino Depretis, a cui Ventimiglia avrebbe poi conferito la cittadinanza onoraria, presentò una relazione che appoggiava un altro progetto, realizzato dall'ingegner Wautheleret e approvato definitivamente, che prevedeva il passaggio della ferrovia in territorio francese ed escludeva quindi dal percorso la zona di Triora.

Il 4 ottobre 1879 un fortissimo ciclone, che venne soprannominato il "diluvio" e attribuito a punizione divina per la cacciata dei frati francescani l'anno precedente, devastò il paese scoperchiando metà dei tetti dell'abitato e facendo franare alcuni terreni coltivati nelle regioni Santa Caterina, Curugalla e Cerèixe ad est di monte Trono, che in seguito dovettero essere abbandonati. Intorno al 1880 venne costruito il tratto di strada, poi chiamato via De Sonnaz, che dalla chiesa della Madonna delle Grazie immette nel paese formando nel suo tratto finale alla passeggiata detta delle Spianate, poi alberata nel 1895. Il terribile terremoto che investì la Liguria occidentale nel 1887 interessò anche Triora, dove molti edifici vennero seriamente danneggiati, senza tuttavia provocare vittime. Nel 1890 il parroco Giuseppe Giauni fondò un orfanotrofio ed un piccolo seminario per chierici, che ebbero però entrambi breve vita.

Nello stesso anno il governo affidò in concessione al comune il nuovo palazzo costruito nei due anni precedenti dall'impresa Vigo-Giordano lungo le Spianate per sistemarvi la nuova sede municipale in luogo di quella vecchia distrutta dal terremoto del 1887. Per evitare però che l'edificio venisse ipotecato dai creditori, gli amministratori comunali di Triora cedettero il palazzo nel 1892 alla Congregazione di Carità. Questa lo affittò quindi al governo per uso caserma, finché, nel 1905, non lo vendette alla signora Maria Capponi che lo convertì in albergo, che prese il nome di Hotel Triora; in seguito l'edificio passò, sempre come albergo, sotto la direzione di Giovanni Battista Oddo, e, dopo il fallimento di quest'ultimo, venne nuovamente acquistato dal governo che nel 1937 lo adattò a caserma, detta Cima di Marta, per ospitarvi un reggimento della Guardia alla Frontiera.

Quasi completamente distrutto nell'incendio del luglio 1944, il palazzo fu ricostruito su iniziativa del governo nel 1949-51 e restituito al comune, che vi insediò la nuova sede delle scuole elementari. Una grave tragedia della montagna avvenne il 14 dicembre 1890: un ufficiale e quattro soldati del 1° reggimento alpini, di stanza a Triora, vennero travolti e uccisi da una valanga di neve presso la cima del monte Saccarello, a 2200 metri d'altitidune, nel corso di un'ardita escursione.

Nel 1892 il comune di Triora, dopo aver perso una lunga e dispendiosa causa con la ditta Rossat, costruttrice della strada Taggia-Triora, fu costretto a cedere alle stessa ditta Rossat i quattro boschi di Ceppo, Tenarda, Gerbònte o Sansùn e Foresto, che costituivano una delle principali ricchezze del paese. Nello stesso periodo si iniziarono a costruire i primi baraccamenti militari sulla sommità del monte Marta, a 2140 metri di altezza, sostituiti in seguito da costruzioni in muratura per l'alloggio invernale di alpini prima e di carabinieri poi. Negli anni immediatamente precedenti alla guerra scoppiata nel 1940 vennero edificate sulla stessa cima altre costruzioni scavate all'interno della montagna, che poi passarono alla Francia in virtù del trattato di pace del febbraio 1947.

Nel 1893 il ministero della Guerra, su proposta del comandante del corpo d'armata di Genova generale Giuseppe De Sonnaz, fece iniziare la costruzione della strada militare Rezzo-Pigna attraversante la valle di Triora dal colle del Pizzo al passo di Langan, monte Marta, monte Collardente e monte Saccarello; la strada venne poi ingrandita e rafforzata nel 1930-35 ed aumentata di due diramazioni (Ceppo e prati dell'Arpiglia) nel 1939-40. Nello stesso anno vennero rimosse le macerie del palazzo distrutto dal terremoto del 1887, che ospitava nei suoi tre piani il municipio, la casa parrocchiale e le scuole, e nei sotterranei le carceri, chiudendo il vicoletto che lo fiancheggiava e aprendo un passaggio più ampio ed a cordonata, che dalla piazza immette sotto il Masaghìn. Una ventina d'anni dopo venne anche abbassato il piano stradale dello stesso Masaghìn.

Nel 1896 alcuni soldati trioresi, reduci della campagna d'Eritrea, fecero costruire una sacra edicoletta votiva dedicata a San Giovanni Battista, compatrono di Triora, lungo la passeggiata delle Spianate. L'edicola venne poi ridotta a umili proporzioni nel 1905 e incorporata nel muro della rampa di accesso alla piazza d'Armi. Durante questi ultimi lavori, vennero alla luce le fondamenta della chiesa altomedievale dei Santi Pietro e Marziano. Alla fine di ottobre dello stesso anno, i soldati del 1° reggimento alpini, per festeggiare e ricordare il matrimonio tra il principe ereditario Vittorio Emanuele e la principessa Elena di Montenegro, celebrato il giorno 24, trasformarono il terreno non coltivato compreso nell'ansa della strada provinciale sulla passeggiata delle Spianate in un piazzale, che gli alpini vollero battezzare "Piazza Principessa Elena" e dove, nel primo dopoguerra, verrà collocato il monumento ai caduti trioresi della prima guerra mondiale.

Due anni dopo furono eseguiti dei lavori di rifacimento dei canali di muratura cementata, conducenti l'acqua potabile a Triora dalla regione Curugalla, che vennero sostituiti con tubi di grès. Nel 1928 il volume dell'acqua sarebbe stato ancora aumentato con l'innesto dell'acqua proveniente da due sorgenti della regione Gorda e della regione Lercaria.

Nel 1898 inoltre l'amministrazione comunale, per far conoscere ai più la pregiata qualità di marmo nero che si trovava nel bosco del Foresto presso Loreto, fece eseguire su una lastra di questo marmo lo stemma del comune di Triora e lo inviò all'Esposizione internazionale di Torino per mostrarlo al grande pubblico che affollava quella importante manifestazione fieristica. Al termine della fiera, lo stemma fece ritorno a Triora e venne murato sull'ingresso del municipio.

Nel settembre del 1900 si tenne il sinodo diocesano di Ventimiglia che dichiarò chiese succursali della parrocchia di Triora quelle di Creppo (poi eretta a parrocchia nel 1942), Cetta e Perallo (divenute parrocchie intorno al 1940), Verdeggia (parrocchia nel 1948), Aigovo (divenuta anch'essa parrocchia in seguito) e Gavàno. Nel 1901 morì a Triora, dove si era recato per presenziare all'inaugurazione del monumento al Redentore innalzato sulla cima del monte Saccarello, l'arcivescovo di Genova monsignor Tommaso Reggio, già vescovo di Ventimiglia e fondatore delle Suore di Santa Marta. Nello stesso anno giunse a Triora la signorina cagliaritana Luigia Margherita Brassetti, che svolse un'intensa attività di apostolato religioso e sociale per la gioventù femminile locale fondando diverse congregazioni femminili tra cui la compagnia delle figlie di Maria.

L'8 settembre 1902 avvenne l'inaugurazione ufficiale del monumento al Redentore, una statua di ghisa dorata alta 6 metri e rappresentante il Sacro Cuore di Gesù, sulla cima del monte Saccarello. Il 27 dicembre 1903 venne emanato un decreto ministeriale con cui venne definitivamente smembrata l'antica podesteria di Triora, dalla quale vennero staccate diverse frazioni che andarono a costituire il nuovo comune di Molini di Triora. Nello stesso anno, in seguito ad un accordo intercorso tra il comune di Triora e il parroco del paese Giovanni Battista Bottini, venne istituita la festa religiosa e comunale annuale detta di Loreto, da tenersi la prima domenica di settembre.

Nel 1906 venne inaugurato dopo due anni di lavori il tronco di strada carrozzabile Molini-Triora, che non era stato completato trent'anni prima a causa di liti tra il comune e le ditte impegnate nella costruzione della strada. In seguito venne anche progettato di costruire una strada che collegasse Triora con Briga, ma il progetto, dopo alterne vicende, non venne realizzato per mancanza di fondi e per contrasti tra le varie autorità, comunali, provinciali e statali, preposte alla sua costruzione, fino a quando non cadde definitivamente con la cessione di Briga alla Francia nel 1947. Nel 1910 la signorina Brassetti fondò la pia associazione dei Santi Tabernacoli, detta anche delle Sacramentine, che accoglieva le donne rimaste nubili. Sempre intorno al 1910 l'impresa Fratelli Lantrua sostituì le vetture a cavalli con autocorriere per il servizio postale e il trasporto dei passeggeri nella tratta da Taggia a Triora. Nel corso della successiva guerra di Libia del 1911-12 diversi soldati e ufficiali di Triora vennero decorati di medaglie al valor militare.

Nel 1915, in seguito ad una istanza del comune basata su due pubblicazioni appositamente redatte all'uopo: Triora stazione climatica di Giovanni Gandolfo, medico condotto del paese, e Guida ed album di Triora di padre Francesco Ferraironi, Triora venne ufficialmente dichiarata "luogo climatico di soggiorno estivo". Nello stesso anno, su iniziativa del signor Giovanni Battista Stella di Molini di Triora, venne costruita una centrale elettrica sulla sponda sinistra del torrente Argentina nei pressi di Loreto per l'illuminazione del paese, e, dopo molti anni, anche delle frazioni di Creppo, Bregalla e Cetta.

Dal maggio 1915 al novembre 1918 parecchi militari di Triora parteciparono alle operazioni militari della prima guerra mondiale sul fronte italo-austriaco. Alla fine della guerra i soldati trioresi caduti in guerra ammontavano a 54. Il 22 agosto 1920 venne inaugurato a Triora, in piazza Principessa Elena, il monumento ai caduti trioresi nella recente guerra mondiale, alla presenza delle più alte autorità civili e militari del comune e della provincia.

Nel marzo 1923 venne chiusa per decreto ministeriale la pretura di Triora, che cessò da tutte le sue funzioni al pari di molte altre preture italiane che vennero chiuse nello stesso periodo. Nel 1926, ricorrendo il venticinquesimo anniversario delll'erezione del monumento al Redentore, venne inaugurata una cappella-rifugio, progettata dall'ingegner Capponi, sulla cima del monte Saccarello. Due anni dopo, grazie al lavoro gratuito di alcuni membri della compagnia della Buona Morte, fu ingrandita ed appianata la via che porta alla chiesa di Sant'Agostino, rimasta però incompleta nel tratto finale per una quindicina di metri.

Nel 1929 venne inaugurata la nuova sede della Biblioteca Ferraironi, che era ubicata originariamente e per una decina d'anni in un locale del vicolo Ciappa. Nel 1934 venne ritirata la compagnia di alpini di stanza a Triora dal 1878, in quanto il paese non era più considerato zona alpina. Gli alpini furono rimpiazzati da una compagnia di fanteria, giunta a Triora il 15 settembre.

Nello stesso anno, durante l'esecuzione di lavori nella caserma del monte Saccarello (già convento francescano con chiesa annessa), venne alla luce all'interno di un locale murato una grande quantità di ossa umane. Il materiale rinvenuto, corrispondente a nove carichi di mulo, cioè circa nove quintali, venne quindi trasportato dai militari del presidio in un apposito ossario del cimitero. Le ossa trovate nella caserma del monte Saccarello provenivano dalle otto tombe di famiglie nobili trioresi collocate all'interno della chiesa di San Francesco e poi svuotate nel 1878 quando i frati francescani furono cacciati dal convento e l'edificio religioso trasformato in una caserma per stanziarvi la compagnia di alpini.

Tre anni dopo, nel 1937, la compagnia di fanteria stanziatasi a Triora nel settembre 1934 venne sostituita da reparti della Guardia alla Frontiera (GAF), che occuparono la caserma Cima Marta, la fortezza di Marta, e le casermette di colle Belenda e costa Melosa. Nel 1938, con il contributo del governo e degli abitanti del luogo, venne restaurata l'antica chiesa campestre di San Bernardino, situata in una radura posta nelle immediate vicinanze del paese.

Il 10 giugno 1940 l'Italia dichiarò guerra alla Francia e Triora, che si trovava nelle immediate vicinanze del fronte, dovette essere evacuata. Tutti gli abitanti, compresi anche i malati, lasciarono il paese il giorno 13 e furono trasportati via ferrovia in alcune località del Piemonte e della Lombardia, dove rimasero fino al 30 giugno. Nello stesso mese di giugno il governo diede disposizioni per l'inizio dei lavori di costruzione di una grande caserma in regione Ciantà, nei pressi di piazza d'Armi. L'anno successivo il ministero della Guerra fece invece costruire in località Maddalena dall'impresa Visetti di Genova un grande serbatoio d'acqua per il rifornimento idrico del cosiddetto "casermone"; l'acqua vi venne condottata da due sorgenti della regione Gorda Sottana.

Nell'aprile del 1943 venne inaugurata la grande caserma (a quattro piani), ribattezzata dai trioresi il "casermone", intitolata al tenente colonnello Giuseppe Tamagni e destinata ad ospitare una compagnia della milizia confinaria, la GAF.

La caduta del fascismo, avvenuta il 25 luglio 1943, non ebbe particolare risonanza fra i trioresi, che rimasero quasi indifferenti di fronte al crollo del regime; maggiore eco destò invece la notizia dell'annuncio dell'armistizio con gli angloamericani il successivo 8 settembre. Durante quella stessa notte i reparti della GAF di stanza a Triora abbandonarono in fretta e furia tutte le caserme della zona e lasciarono il paese vestiti con abiti civili forniti dagli abitanti.

Il 9 e 10 settembre i trioresi, approfittando della fuga dei soldati della GAF, saccheggiarono il casermone portandosi via tutto quello che vi si trovava, compresi gli infissi, l'impianto elettrico, le tubature, le mattonelle e i marmi dei pavimenti. L'operazione venne ripetuta il 13 ottobre, quando, con il consenso delle autorità civili e militari del luogo, i trioresi saccheggiarono anche le caserme "Saccarello" e "Cima di Marta".

Il 22 ottobre giunse a Triora il tenente tedesco Halber, che, accompagnato da due fascisti, si rifornì di benzina e viveri. Nello stesso periodo soldati tedeschi collocarono delle mine lungo la strada di valle Argentina e nei ponti che ne attraversavano il torrente. Il giorno seguente il capitano maggiore tedesco Edgard fece arrestare l'ex capitano della Compagnia della GAF di stanza a Triora Eugenio Danovaro, e il podestà del paese Carlo Pesce, che venne però rilasciato. Danovaro fu invece condotto a Bordighera e sottoposto a stringente interrogatorio per sapere se sulle montagne trioresi vi fossero bande di partigiani e disertori.

Il capitano Edgard fece quindi perlustrare a dorso di muli e cavalli le montagne vicine a Triora alla ricerca di eventuali sbandati e disertori, e pare anche del genero del generale Badoglio, che si diceva potesse trovarsi in quelle zone, senza tuttavia pervenire ad alcun risultato positivo.

Come in altri paesi della valle Argentina, anche a Triora e nei suoi dintorni iniziarono ad operare dalla fine del 1943 delle bande di partigiani, che si diedero alla macchia nelle montagne prospicienti il paese. Il 25 marzo 1944 alcuni partigiani, che già da qualche mese si trovavano sulle alture nei pressi di Triora, scesero in paese e operarono il disarmo dei carabinieri di stanza a Triora saccheggiandone la caserma. Nell'aprile successivo altri partigiani iniziarono a prelevare viveri e generi di prima necessità nei negozi di Triora, Cetta, Creppo e Verdeggia. I partigiani, di solito, scendevano nei paesi durante le ore notturne e si recavano dai bottegai e dal podestà portandosi via la farina e i medicinali appena giunti alla popolazione.

Nello stesso lasso di tempo individui armati si presentarono dal podestà Pesce per avere le chiavi del palazzo comunale, ma, di fronte al rifiuto del podestà, si allontanarono lasciando le chiavi del Comune nella porta del palazzo municipale senza che questa venisse manomessa. Verso la fine di maggio, altri gruppi di partigiani si stanziarono sulle montagne trioresi, provocando la decisione delle autorità provinciali di non fornire più di viveri la popolazione di Triora. I principali responsabili delle formazioni partigiane che operavano a Triora, facenti capo alla 2ª Divisione garibaldina "Felice Cascione", erano Nino Siccardi di Imperia, detto Curto, Armando Izzo di Afragola (Napoli), detto Fragola, e Vittorio Guglielmo di Loreto, detto Vittò, che assunse la direzione operativa della Divisione partigiana operante nel territorio triorese.

Il 4 giugno i partigiani fecero saltare il presidio tedesco di Andagna, impossessandosi del materiale che vi si trovava e mettendo in fuga i cinque soldati tedeschi a guardia della baracca. Tre giorni dopo circa trecento partigiani scesero a Triora e occuparono il paese. Il podestà acconsentì alle loro richieste e mise in salvo alcuni impiegati del Comune che i partigiani sospettavano fossero delle spie fasciste. Il 10 giugno alcuni partigiani del gruppo di Triora distrussero la baracca che i tedeschi avevano costruito sulla strada militare della regione Stornina liberando così la strada Triora-Langan.

Il 20 giugno i tedeschi decisero di puntare su Triora con tre camion armati provenienti dalla bassa valle Argentina per compiere una rappresaglia contro le forze partigiane, che si erano già rese responsabili di parecchie azioni di disturbo contro le truppe tedesche. Nei pressi di Carpenosa però la colonna tedesca venne attaccata da un gruppo di partigiani, che ingaggiarono una lotta durissima con i tedeschi utilizzando anche dei mortai. Alla fine della battaglia si lamentarono due morti, uno per parte, e diversi feriti, che furono ricoverati nell'ospedale di Triora.

Dal 26 al 29 giugno alcuni trioresi, armati di moschetto, per prevenire possibili attacchi tedeschi, si misero a presidiare alcune delle principali vie di accesso al paese, mentre la tensione nel paese aumentava sempre di più e i contadini, per precauzione, sospendevano i lavori campestri. Il 30 giugno i partigiani piazzarono dei cannoni sulla piazza Elena e iniziarono a sparare contro il distaccamento tedesco stanziato a monte Ceppo. Due giorni dopo altri cannoni, trasportati a Langan dai partigiani, cominciarono a fare fuoco contro le postazioni tedesche di monte Ceppo.

Il 3 luglio si sparse nel paese la notizia che i tedeschi si stavano preparando per compiere un rastrellamento in grande stile. I partigiani decisero allora di sgomberare Triora per non compromettere la popolazione e si ritirarono portandosi via i feriti e due medici. Nella stessa mattinata iniziarono a convergere su Triora le prime colonne di automezzi tedeschi, inducendo la popolazione triorese, terrorizzata per l'arrivo dei tedeschi, ad evacuare il paese e a mettersi al riparo nelle campagne. Sul campanile il parroco di Triora don Barla, d'accordo con il podestà, fece issare un grande drappo bianco, visibile dall'opposto versante, per scongiurare il bombardamento del paese.

Verso le cinque del pomeriggio una colonna di quattrocento tedeschi, provenienti da Pigna, giunsero a Triora, mentre altri seicento perlustrarono Andagna e Molini, dove uccisero il partigiano triorese Pietro Bronda. Ad Andagna furono anche uccisi sei uomini presi a caso e scambiati per partigiani. Nella stessa giornata i tedeschi rastrellarono tredici persone nei pressi di Carpenosa, che non avevano avuto alcuna parte nell'attacco alla colonna tedesca, le portarono a Molini e le rinchiusero in un casa guardata a vista da alcune sentinelle armate.

Il giorno dopo i tedeschi appiccarono il fuoco alla casa bruciando vivi tutti coloro che vi si trovavano. Intanto i tedeschi giunti a Triora furono accolti dalla popolazione che offrì loro vino e frutta. I soldati presero quindi alloggio nelle caserme del paese e in abitazioni private. La sera il podestà Pesce diede un ricevimento a cui parteciparono alcuni ufficiali tedeschi. Alle prime ore del mattino del 4 luglio il comune provvide di carne, riso e vino le truppe tedesche occupanti il paese. Nel pomeriggio alcune pattuglie tedesche lasciarono Triora e si diressero verso Gorda, Verdeggia, Gerbonte e Realdo, dove bruciarono diverse case e spararono dei colpi di mortaio verso i partigiani.

Alle 16 dello stesso giorno il podestà Pesce venne condotto a Molini per essere interrogato dal comando tedesco, che lo avvertì che, dato il contegno della popolazione, il paese sarebbe stato risparmiato, ma non le tre carserme che sarebbero state danneggiate e rese inabitabili, come infatti avvenne il giorno seguente alle sei di mattina. Dopo la parziale distruzione delle tre caserme trioresi e di una delle due palazzine per ufficiali e sottufficiali, la popolazione, avvertita dal podestà che il paese non sarebbe stato incendiato, rientrarono sul far della sera a Triora dalle campagne circostanti. Verso le 12 del 5 luglio però tre grossi camion di truppe tedesche, di cui uno carico di materiale esplosivo, giunsero a Triora.

Un maresciallo che comandava la spedizione fece chiamare il podestà e gli disse di avvertire la popolazione di lasciare l'abitato perché tra due ore il paese sarebbe stato incendiato. Il podestà protestò vibratamente per la decisione di incendiare il paese che andava contro quanto stabilito in precedenza, ma le sue proteste caddero nel vuoto. Due messi comunali avvertirono in tutta fretta la popolazione dell'imminente pericolo invitandola ad evacuare immediatamente il paese. Nello spazio di un'ora e mezza oltre la metà degli abitanti riuscì a trasportare nelle vicine fasce tutta la roba che era possibile portare via, comprese le bestie e gli animali domestici, quali capre, conigli e galline.

Non tutte le famiglie furono però avvertite in tempo e molte non riuscirono quindi a mettere in salvo i loro averi. Un'ora dopo l'avviso del comando tedesco il paese era quasi completamente evacuato. I tedeschi si diedero allora ad un vandalico saccheggio dei negozi, degli uffici del comune e delle abitazioni private, asportando tutto ciò che li interessasse e scardinando le porte delle case.

Alle 14 i tedeschi iniziarono a pennellare con liquidi neri incendiari le porte delle abitazioni e a porre cassette di tritolo all'ingresso e alle fondamenta degli edifici principali. Le squadre tedesche impegnate nell'opera di distruzione del paese furono tre: la prima si diresse verso via Cima, la seconda verso il quartiere Poggio e la terza imboccò la via Dietro la Stretta. Nel quartiere Poggio, dove non fu utilizzato il tritolo, vennero incendiate cinque case. La squadra, operante nella zona di via Cima, fece invece ampio uso di tritolo e bombe incendiarie. Tutte le case collocate in vicolo Rizetto, posto fra via Cima e regione Ciappe, furono letteralmente rase al suolo.

Dopo la distruzione del Rizetto i tedeschi fecero saltare in aria la palazzina detta della "Scia Marì", cioè Signora Maria, ricca di pregevoli opere d'arte. Fu poi la volta del palazzo dell'ingegner Antonio Capponi, anch'esso contenente numerose opere d'arte. Venne anche distrutta l'attigua caserma dei carabinieri, mentre la soprastante chiesa di San Dalmazzo fu risparmiata. Furono poi fatti saltare in aria o incendiati diversi edifici siti nella piazza della Collegiata, tra cui il locale delle poste e telegrafi e l'albergo dei Cacciatori attiguo all'oratorio di San Giovanni Battista.

I tedeschi passarono quindi in via Roma, dove distrussero parzialmente il palazzo Stella, in cui si trovavano diversi importanti quadri. Furono poi demolite le case site in via della Carriera e posta una notevole quantità di tritolo presso Porta Peirana, che distrusse radicalmente tutto il quartiere circostante. In seguito i tedeschi rasero al suolo il palazzo comunale, distruggendo così il ricco archivio e le preziose suppellettili che vi si trovavano. Venne anche parzialmente danneggiato l'edificio ospitante l'ospedale civico. Al termine dell'immane devastazione, dei sei quartieri di Triora, ne furono distrutti o danneggiati tre: Poggio, Cima e Carriera, mentre gli altri tre, Castello, Camurata e Sambughea, furono risparmiati.

Pare però che i tedeschi avrebbero voluto distruggere anche il quartiere della Sambughea, in quanto, dopo la loro partenza, gli abitanti, tornati nel paese, trovarono 50 chilogrammi di tritolo presso l'ingresso della casa Faraldi in via Cava, la cui esplosione avrebbe senz'altro provocato la distruzione delle case contigue che sarebbero franate su quelle della Sambughea schiacciandole completamente.