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Dalla prima eta' moderna al 1815 (Parte 1)

        Nel 1498, in concomitanza con la discesa in Italia delle truppe francesi guidate da Carlo VIII, Triora venne saccheggiata e incendiata dal duca Serranono, che faceva parte del seguito del re di Francia. Nello stesso anno, per risarcire gli ingenti danni subiti dal paese, venne istituita una Universitas crematorum hominum Trioriae, che aveva appunto il compito di aiutare finanziariamente le persone che avevano subito i maggiori danni a cose e abitazioni.

        Tre anni dopo, il 25 marzo 1501, Triora concluse un altro trattato di amicizia e buon vicinato con Saorgio. Nel 1512, in occasione della nomina di Antoniotto Adorno a doge di Genova in sostituzione di Ottaviano Fregoso, i pittori Giovanni Battista Braida di Genova e Angelo Chierico o del Chierico di Messina, come era uso ad ogni cambiamento del governo genovese, dipinsero la bandiera di Genova e lo stemma del nuovo doge sulla facciata del palazzo comunale triorese.

      Al 1519 risale invece una terza convenzione con il comune di Castelfranco, di cui però non è stata conservata la relativa documentazione. Come era già avvenuto nel 1512, essendo succeduto un nuovo doge a Genova, i pittori Pietro Caminata di Genova e Raffaele Fassòlo dipinsero nel 1522 le insegne genovesi (bandiera e stemma del nuovo doge) sulla facciata del palazzo del comune. Nel 1531 Genova istituì a Triora una scuola pubblica, assegnando al relativo maìsto (maestro) lo stipendio annuo di 200 lire.

       Nello stesso anno si svolse un censimento generale della popolazione residente a Triora, da cui risultava che il paese di Triora era abitato da una popolazione stimabile in 500 fuochi, corrispondenti a circa 2500 abitanti, mentre gli abitanti dell'intero territorio comunale erano stimati in 680 fuochi, ossia 3400 abitanti. Il fuoco corrispondeva all'incirca a un nucleo di 5 persone.

      Nel 1556 la parrocchia di Triora venne definitivamente trasferita nella chiesa della Collegiata, abbandonando la chiesa madre dei Santi Pietro e Marziano, che era stata edificata al di fuori dell'abitato. L'anno successivo, il 1557, registra la visita a Triora di Giovanni Lovera, inviato dal duca di Savoia da Cuneo a Bruxelles. Lovera aveva percorso la mulattiera che da Tenda portava a Taggia, facendo così tappa a Triora. Da Taggia proseguì quindi per Genova e Milano giungendo infine in Belgio dove venne ucciso l'anno dopo. Le più significative impressioni della sua sosta a Triora sono state descritte da Lovera nel suo diario di viaggio.

      Il 20 luglio 1564 un forte terremoto devastò il Ponente ligure e il Nizzardo; a Triora si ebbero numerose case rovinate dal sisma. Nel 1573 venne stipulata una terza convenzione, dopo quelle del 1441 e del 1497, con il comune di Taggia, di cui non è però rimasta traccia documentaria. Due anni dopo, nel 1575, la castellana del marchesato di Maro (oggi Borgomaro) signora d'Urfè, chiese a Genova, nell'ambito della contesa dinastica che contrapponeva il marchesato di Maro al marchese e ammiraglio de Villars, di ordinare ai suoi ufficiali che erano di stanza a Triora di non concedere passaggio, favori, aiuti, vettovaglie e munizioni ai soldati del marchese de Villars. Nel 1579 Bernardino Alberti, notaio e fine scrittore di versi in latino e italiano, dotò Triora di una nuova scuola pubblica, che si affiancò o forse sostituì del tutto quella fondata da Genova nel 1531.

      Verso la fine dell'estate del 1587, durante una carestia che aveva duramente provato la popolazione triorese e che durava da oltre due anni, gli abitanti di Triora, particolarmente stremati, iniziarono a sospettare che a provocare la carestia che stava flagellando le campagne del paese sarebbero state delle streghe locali, dimoranti nel quartiere detto della Cabotina. Dopo essere state individuate, le streghe trioresi vennero subito additate alla giustizia. Il Parlamento generale, dopo essersi riunito, affidò al podestà del paese Stefano Carrega l'incarico di fare in modo che le streghe venissero sottoposte ad un regolare processo e stabilì anche la somma di denaro occorrente per lo svolgimento del processo.

       Carrega chiamò allora il sacerdote Girolamo Del Pozzo, in qualità di vicario del vescovo di Albenga, dalla cui curia dipendeva Triora, e un vicario dell'Inquisitore di Genova. I due vicari, giunti a Triora ai primi di ottobre, iniziarono quindi il processo dopo che Del Pozzo, con una infuocata predica nella chiesa della Collegiata, aveva denunciato le diaboliche "malefatte" operate dalle streghe a Triora eccitando in tal modo la collera del popolo triorese verso di loro.

      I due vicari fecero allora arrestare una ventina di streghe, che vennero subito rinchiuse in alcune case private adattate a carcere delle streghe, dichiarandone subito colpevoli tredici, più quattro ragazze e un fanciullo. Dal momentò però che tali streghe, forse per estorcere loro la confessione delle loro "malefatte", venivano sottoposte ad atroci torture, ed avevano denunciato diverse "complici", tra cui non poche appartenenti alla nobiltà locale, la popolazione triorese iniziò ad intimorirsi e a nutrire dei dubbi sulla corretta condotta dei due vicari tanto da indurre il Consiglio degli Anziani, un organismo che rappresentava le famiglie più altolocate e benestanti di Triora, a intervenire presso il governo di Genova affinché questo facesse interrompere un processo che non dava più alcuna garanzia, soprattutto in merito all'incolumità fisica delle streghe, tra le quali una, Isotta Stella, era morta in seguito alle torture subite, e un'altra era deceduta per le ferite riportate nel gettarsi da una finestra per sfuggire ai suoi aguzzini.

       Il 13 gennaio 1588, con una lunga lettera inviata al governo genovese, gli Anziani di Triora espressero le loro lamentele in merito alla condotta dei due vicari, giudicata eccessivamente severa nel valutare la colpevolezza delle streghe, che erano state arrestate solo in forza di indizi molto dubbi o perché denunciate da altre donne sottoposte ad indicibili tormenti ed erano costrette a rimanere in carcere nonostante non avessero confessato alcun crimine. Gli Anziani rimproverarono inoltre ai due vicari il fatto di tenere ancora in prigione donne che, per quanto tormentate, non avevano confessato niente e di non riconoscere innocenti delle deboli donne che avevano confessato e ritrattato in mezzo ad atroci tormenti.

       Il doge e i governatori genovesi, dopo aver ricevuto la lettera degli Anziani di Triora, scrissero il 16 gennaio una lettera al vescovo di Albenga Luca Fieschi, facendogli presente le proteste che aveva causato il comportamento del suo vicario Girolamo Del Pozzo a Triora. Il 25 gennaio il vescovo Fieschi inviò a Genova una circostanziata lettera scritta da Del Pozzo, con cui il vicario ingauno si giustificava del suo operato ispirato, secondo lui, a criteri di legalità e giustizia e non condizionato dalle decisioni del Parlamento triorese, discolpandosi in particolare dall'accusa di aver torturato ingiustamente con la tortura dei tratti di corda le streghe incarcerate, tra cui, come si è ricordato, la sessantenne Isotta Stella, che era morta proprio in seguito ai patimenti subiti, e la donna che si era gettata dalla finestra, di cui Del Pozzo giustifica la fine dicendo che si era buttata non per paura delle torture che le si minacciavano, ma perché "tentata" dal diavolo. Il vicario si discolpò anche dalle accuse di non aver provato a sufficienza la colpevolezza delle donne incarcerate e torturate, che, tenne a sottolineare, erano in numero inferiore a quello che si voleva esageratamente far credere.

      Il nuovo atteggiamento assunto da Del Pozzo placò comunque l'ira del Consiglio degli Anziani, che in una lettera al governo genovese del 20 gennaio, si diceva sostanzialmente soddisfatto dell'operato di Del Pozzo, soprattutto per il fatto che il vicario del vescovo di Albenga aveva rinunciato a incarcerare delle donne appartenenti alla nobiltà locale, di cui molti membri facevano parte dello stesso Consiglio degli Anziani. Anche il podestà Carrega si associò al parere degli Anziani scrivendo una lettera al governo genovese il 21 gennaio, in cui difendeva l'operato dei due vicari scagionandoli tra l'altro dall'accusa di aver provocato con le loro torture la morte di Isotta Stella e dell'altra donna che era deceduta in seguito alla caduta dalla finestra. Intorno al 10 gennaio i due vicari erano nel frattempo partiti da Triora lasciando in carcere tutte le streghe arrestate.

       Ai primi di febbraio il Parlamento triorese, con una lettera inviata al governo di Genova, supplicò i governanti genovesi di provvedere alla revisione dei processi contro le donne trioresi accusate di stregoneria affinché le colpevoli fossero punite e le innocenti liberate e il popolo di Triora liberato dall'onta di annidare al suo interno delle donne eretiche. Il governo genovese allora, anche per tutelare i legittimi diritti dei suoi cittadini, decise di inviare a Triora l'Inquisitore Capo, che vi giunse ai primi di maggio del 1588. Egli ascoltò le donne incarcerate, che era erano detenute da cinque mesi e che negarono tutte, tranne una, quanto avevano confessato in precedenza ai due vicari, e decise di tenerle tutte in carcere meno una, una fanciulla di 13 anni, che venne liberata e il 3 maggio abiurò nella chiesa della Collegiata durante la celebrazione di una messa solenne.

      L'8 giugno 1588 giunse a Triora il commissario straordinario Giulio Scribani, inviato dal governo genovese per fare chiarezza sui processi intentati alle streghe. Qualche giorno dopo l'arrivo del commissario Scribani, il nuovo podestà del paese Giovanni Battista Lerice, in seguito ad un ordine ricevuto dal Padre inquisitore di Genova, mandò a Genova per la revisione del processo le streghe detenute nelle carceri di Triora. Il locale bargello, ossia il capo della polizia, Francesco Totti si occupò del trasferimento delle tredici donne trioresi accusate di stregoneria, che gli vennero consegnate il 27 giugno. Intanto Scribani intentò regolari processi a diverse donne di Triora e dei dintorni, arrestandone diverse e sottoponendole ad atroci torture, che provocarono da parte del popolo le stesse lagnanze che si erano avute contro i due vicari qualche tempo prima.

       Secondo una relazione inviata in giugno al governo genovese, Scribani individuò tre donne di Andagna, Bianchina, Battistina e Antonina Vivaldi-Scarella, che, benché non sottoposte ad alcun tormento, si erano dichiarate colpevoli di enormi delitti, tra cui anche omicidi di bambini innocenti di Andagna. Il commissario intentò processi anche contro una ventina di donne di Castelfranco, Montalto Ligure, Porto Maurizio e Sanremo. Il 22 luglio Scribani mandò quindi a Genova i verbali degli interrogatori delle streghe accompagnandoli con la richiesta di condanna a morte per quattro donne di Andagna. Appena ricevuta la documentazione inviata da Scribani, il governo della Repubblica affidò al suo auditore e consultore Serafino Petrozzi il compito di decidere in merito alle richieste avanzate da Scribani. Petrozzi respinse però tutte le conclusioni e le proposte di pena del giudice Scribani, sostenendo che non si potevano adottare provvedimenti punitivi mancando delle prove certe e inconfutabili.

      Il primo di agosto il governo genovese invitò quindi Scribani, a cui era stata prorogata di un mese la missione a Triora, a mandare le prove relative ai delitti commessi dalle streghe come richiesto dall'auditore Petrozzi. Sette giorni dopo, l'8 agosto, Scribani rispose da Badalucco che non poteva inviare alcuna prova in quanto i delitti o erano stati commessi molto tempo prima cadendo perciò nell'oblio o erano avvenuti in luoghi fuori dai confini della Repubblica genovese. Sostenne però che i delitti consumati dalle quattro streghe di Andagna erano tutti sufficientemente provati. Nonostante ciò, in seguito alle obiezioni avanzate dal governo genovese, egli dovette rifare i processi a carico delle streghe di Andagna, che, con sentenza emessa il 30 agosto, vennero condannate a morte.

       A Genova si decise allora di affiancare due altri commissari, il podestà Giuseppe Torre e Pietro Alaria Caracciolo, al giudice Petrozzi affinché si pronunciassero nuovamente sulle decisioni prese da Scribani. Messisi subito al lavoro, i tre giudici, contrariamente a quanto stabilito in un primo tempo, diedero parere favorevole alla condanna a morte delle quattro streghe di Andagna e di altre due streghe di Badalucco e Castelfranco, Peirina Bianchi e Gentile Moro. Dopo la decisione dei tre giureconsulti, il Senato genovese approvò la condanna a morte di cinque delle streghe accusate di delitti ordinando contemporaneamente di scrivere al vescovo di Albenga, affinché, prima che venissero eseguite le condanne a morte, le cinque condannate fossero riconciliate con la Chiesa.

      Poco prima però di dar corso alle sentenze contro le cinque streghe con impiccagione e conseguente bruciatura dei cadaveri da eseguirsi quattro a Triora o ad Andagna e una a Castelfranco, giunse da Genova l'opposizione all'esecuzione delle sentenze da parte del Padre Inquisitore, che sostenne che prima di eseguire qualsiasi condanna a morte nel territorio della Repubblica genovese, spettava a lui, ossia alla Santa Inquisizione di Roma da cui egli dipendeva, fare il processo sui quali aveva diritto di giurisdizione l'autorità ecclesiastica.

        Il 27 settembre 1588 il governo genovese informò quindi la Congregazione del Sant'Uffizio di Roma di aver accolto la domanda del Padre Inquisitore. Nel mese di ottobre il commissario Scribani inviò a Genova le quattro streghe di Andagna e una certa Ozenda di Baiardo, lamentando il fatto che la popolazione locale era rimasta molto delusa per la mancata esecuzione delle cinque condannate. Giunte a Genova via mare, le cinque donne vennero subito rinchiuse nelle carceri dell'Inquisizione. Poco tempo dopo il governo genovese mandò a Roma agli uffici della Congregazione del Sant'Uffizio gli atti relativi ai processi alle streghe incriminate.

       La Congregazione tenne però gli atti per lungo tempo senza addivenire ad alcuna decisione tanto che il doge e i governatori genovesi scrissero più volte a Roma nel febbraio e nell'aprile del 1589 affinché il Sant'Uffizio prendesse quanto prima una decisione in merito. Il 28 aprile 1589 il cardinale di Santa Severina, a nome della Congregazione, assicurò il governo di Genova che erano stati impartiti ordini tassativi per una rapida conclusione della causa.

      Il 27 maggio il doge e i governatori di Genova sollecitarono nuovamente la Congregazione, tramite il cardinale genovese Sauli, perché concludesse in tempi brevi la revisione del processo. Intanto, delle donne accusate di stregoneria detenute nelle carceri dell'Inquisizione genovese, due, tra quelle condannate a morte, erano nel frattempo decedute, mentre, delle tredici inviate da Triora nel giugno 1588, tre erano morte e le altre erano state probabilmente rimandate libere al loro paese natale. Il 28 agosto 1589 il cardinale di Santa Severina annunciò al governo genovese che il procedimento di revisione del processo era finalmente terminato.

       Da quanto riferito dal cardinale di Santa Severina al governo di Genova, si può dedurre che il tribunale della Santa Inquisizione aveva presumibilmente cassato alcune delle condanne a morte comminate dall'autorità ecclesiastica genovese, stabilendo con ogni probabilità che le ultime tre streghe rimaste ancora nelle carceri genovesi venissero scarcerate. Nello stesso mese di agosto la Santa Inquisizione decise anche di aprire un procedimento contro il magistrato genovese Giulio Scribani per aver invaso il campo riservato all'autorità ecclesiastica.

       Di fronte però alla strenua difesa dell'operato del proprio giudice sostenuta dalla Repubblica genovese, che ne aveva raccomandato l'assoluzione, i cardinali inquisitori decisero intorno al 10 agosto di assolvere Scribani con formula piena purché egli ne facesse pubblica richiesta al vicario arcivescovile di Genova, come infatti avvenne pochi giorni dopo. Il processo alle streghe di Triora del 1588 contribuì tra l'altro a mettere in luce le complesse motivazioni che erano alla base dei contrasti tra Stato e Chiesa in merito ai processi alle streghe, la grande facilità con cui tribunali di diversa natura si rimproveravano tra loro di eccessiva severità e le non lievi responsabilità dei giudici dell'epoca nel condannare senza adeguate prove, e spesso alla pena capitale, le donne accusate di stregoneria.

      Il 6 gennaio 1592, sotto il governo del podestà Lodisio Canessa, il Parlamento generale affidò ad una commissione di esperti e giureconsulti il compito di riformare gli Statuti comunali del paese, la cui prima redazione risaliva alla fine del XIII o all'inizio del XIV secolo. Concluso il lavoro di riforma, gli Statuti vennero quindi approvati dal Senato di Genova il 3 novembre 1599; successive riforme furono attuate nel 1605 e nel 1620. In precedenza agli Statuti trioresi, che dovevano essere confermati ogni dieci anni dal Senato genovese, erano stati aggiunti 40 capitoli nel 1540; da quella data in poi non si parlò più di statuti, bensì di "capitula", cosicché i primi diventarono la legge e i secondi il regolamento che si doveva leggere pubblicamente davanti a tutto il popolo due volte l'anno nei mesi di gennaio e luglio. Gli Statuti rappresentarono la norma giuridica, etica e sociale a cui si informò tutta la vita triorese dal tempo della loro prima promulgazione fino all'età napoleonica, quando gli Statuti vennero abrogati.

        Queste leggi regolavano inoltre minuziosamente anche la vita e l'attività economica del piccolo borgo ligure. Gli Statuti erano parte integrante dell'organizzazione statale di Genova in qualità di leggi locali e non si occupavano di gran parte del diritto privato, per cui era competente un magistrato locale, il pretore, che rinviava al tribunale di Genova le cause che non avevano trovato soluzione a Triora. La competenza dei magistrati locali si limitava esclusivamente ai reati espressamente previsti dagli Statuti.

      Gli Statuti si soffermano nella prima parte sulle principali istituzioni politiche del comune di Triora, ad eccezione del podestà che, pur essendo il capo formale dell'amministrazione comunale, era un funzionario statale nominato direttamente da Genova. Gli organi più importanti del comune erano il Parlamento generale, il Consiglio dei Ventiquattro e il Consiglio degli Anziani. Gli altri uffici comunali erano costituiti dai sindaci, gli ispettori, gli stimatori, gli stanzieri, i campari che costituivano il corpo della polizia rurale, i rasperi, i notai, i ragionieri, gli scrivani pubblici, i massari e i magazzinieri.

      Il Parlamento generale o Consiglio maggiore era la principale assemblea popolare del comune ed era eletta da un terzo degli abitanti di Triora e delle tre frazioni di Andagna, Corte e Molini. Le adunanze del Parlamento si tenevano nella sala comunale detta della "caminata", oppure nella chiesa della Collegiata, che ne fu la prima sede. Ogni decisione del Parlamento doveva essere approvata all'unanimità e, per essere valida, dovevano essere presenti almeno due terzi dei consiglieri, come erano detti i membri del Parlamento. L'elezione dei consiglieri avveniva a cadenza annuale da parte dei cosiddetti "grandi elettori", appositamente designati dal Consiglio minore.

       I "grandi elettori", in numero di 14 (8 per Triora e 6 per le frazioni) erano designati dal Consiglio minore in una pubblica adunanza, che si teneva la prima domenica di aprile. La domenica successiva questi elettori prestavano giuramento nelle mani del pretore assicurando di scegliere i membri del Parlamento generale tra i cittadini con almeno vent'anni che si fossero particolarmente distinti per doti morali  nel rispetto di Dio e del bene della collettività. Nella settimana seguente i "grandi elettori" preparavano le liste dei candidati, che, nella terza domenica di aprile, venivano eletti nominativamente con il sistema dei sassolini bianchi e neri. Al Parlamento generale spettava l'approvazione della nomina dei sindaci, degli anziani, dei ragionieri e degli stimatori eletti dal Consiglio minore. Il Parlamento aveva inoltre il potere di introdurre nuove tasse e di abrogare quelle in vigore.

      Il Consiglio dei Ventiquattro rappresentava invece il vero e proprio governo del paese, con il potere di ratificare i trattati stipulati con i paesi vicini e di nominare gli ambasciatori del comune. La prima domenica di maggio, il Parlamento generale, in seduta comune, eleggeva 7 "grandi elettori", che, appena nominati, eleggevano in seduta segreta i 24 membri del Consiglio dei Ventiquattro (18 di Triora e 6 dei paesi minori), che dovevano essere tutti membri del Parlamento generale.

       Una volta insediatisi, i 24 consiglieri eleggevano tra di loro un priore, che aveva il compito di sottoporre all'assemblea le questioni da esaminare. Il Consiglio, a cui spettava l'elezione di tutti gli ufficiali del comune, godeva di un appannaggio di 100 lire annue.

      L'amministrazione della giustizia era affidata al Consiglio degli Anziani, che erano quattro, tre di Triora e uno di una delle tre frazioni, a rotazione annuale. Le sedute del Consiglio, che si tenevano il primo giovedì del mese, erano presiedute dal pretore, che era la massima carica della magistratura locale. Le sentenze di condanna erano valide se votate da almeno tre membri del Consiglio, mentre per quelle di assoluzione ne erano necessarie altrettante. I sindaci erano invece sei: il sindaco e il vicesindaco di Triora e i tre vicesindaci di Andagna, Corte e Molini, ed avevano il compito di difendere gli interessi del comune sui beni demaniali che gli appartenevano da atti giudiziari che li potessero danneggiare.

       Erano inoltre chiamati a difendere i privati da malversazioni e abusi operati da magistrati o pubblici ufficiali. I due ispettori comunali avevano invece la funzione, sotto la direzione del pretore, di sorvegliare gli altri dipendenti del comune per controllarne l'operato con il potere di comminare sanzioni pecuniarie agli eventuali trasgressori.

      Gli stimatori, eletti annualmente in numero di quattro, tre per Triora e uno per le frazioni, a turno, erano incaricati di varie mansioni, tra cui quella della manuntezione e dell'ampliamento delle strade e delle mulattiere, della designazione dei confini delle terre che il comune dava in concessione ai privati e dell'esecuzione dei pignoramenti. Le funzioni annonarie, di controllo cioè sui prezzi delle carni, del pane, del vino e dei generi che si vendevano al dettaglio, erano svolte invece dagli stanzieri. Alle operazioni di polizia rurale erano destinati i campari, 12 per Triora e 2 per ogni frazione, eletti dal Consiglio dei Ventiquattro, che avevano il compito di sorvegliare il territorio comunale diviso in diverse zone, ciascuna assegnata a un camparo.

       Ai rasperi spettava invece il compito di tutelare i boschi e i beni del comune e di stimare i danni superiori alle 12 lire di cui non si era trovato il colpevole. I notai, pur non essendo propriamente dei pubblici funzionari, svolgevano un ruolo importante stilando le convenzioni di matrimonio, le donazioni e i testamenti privati e pubblici. I ragionieri avevano invece la funzione di tenere un registro delle pratiche comunali che era conservato nella cassaforte del comune e in cui erano registrate le entrate e le uscite del bilancio comunale. Ai magazzini comunali erano infine preposti i magazzinieri, che erano responsabili dei generi alimentari conservati nei magazzini.

      Gli Statuti contenevano anche delle norme che regolavano la riscossione delle tasse da parte degli esattori comunali, che dovevano esigere i tributi nei due anni successivi alla consegna nelle loro mani del registro delle tasse comunali. Le tasse si dividevano in imposte sugli immobili, imposte indirette come le gabelle, e tributi che dovevano versare i forestieri che soggiornavano a Triora. Nel campo del diritto civile, gli Statuti presentavano delle disposizioni che riguardavano i lanci di pietre e le immissioni di fumo nei fondi altrui, le distanze tra gli alberi, lo stillicidio, la regolamentazione e l'utilizzazione delle acque, l'occupazione e l'usucapione dei terreni e i contratti di lavoro.

       Per quanto concerne i beni demaniali, gli Statuti dettavano le norme che regolavano le concessioni amministrative per coltivare le terre comunali ed edificarvi determinate costruzioni, la tutela del patrimonio forestale e boschivo, la manutenzione delle sorgenti e delle fonti pubbliche, l'igiene pubblica con particolare riferimento alla pulizia ed al riattivo delle vie e la salvaguardia degli incendi.

      Il diritto penale, pure contemplato negli Statuti, consisteva in una specie di tariffario, cioè un elenco dell'ammontare delle sanzioni pecuniarie che dovevano pagare coloro che si fossero resi responsabili di un reato, la cui punizione in termini di multa era direttamente proporzionata alla gravità dello stesso. Era prevista solamente una responsabilità oggettiva per essere punibili, cioè era sufficiente l'aver provocato il danno anche se incoscientemente e involontariamente, la recidiva portava ad un aggravamento della pena, e le pene erano esclusivamente di natura pecuniaria in rapporto al danno provocato, mentre, per i delitti più gravi, come gli omicidi, vigevano le leggi genovesi, che prevedevano anche l'impiccagione, il carcere o anni di remo sulle galere della Repubblica di Genova.

       Gli Statuti contenevano inoltre delle norme che regolamentavano le attività agricole, la pastorizia, il commercio, la caccia e la pesca. In particolare, al tradizione mercato pubblico del giorno di San Lorenzo (10 agosto) venne affiancato un mercato da tenersi nel giorno di Santa Croce a maggio. Negli Statuti sono inoltre contenute norme che regolavano la tessitura e la vendita dei panni, l'attività dei mugnai, obbligati a macinare tutto il grano che veniva loro consegnato, dei fornai, tenuti  a cuocere bene il pane, e dei tavernieri, che non dovevano permettere ai loro avventori di giocare a dadi o ad altri giochi d'azzardo; vi sono anche prescrizioni sulla vendemmia, il cui inizio era consentito solo dopo il giorno di San Michele (29 settembre) nella maggior parte del territorio triorese e dopo il 10 ottobre nel Villaro.

       Varie disposizioni regolavano invece la gestione del patrimonio zootecnico locale con precise indicazioni riguardanti ad esempio le mulattiere attraverso le quali era concesso passare con il bestiame radunato in mandrie. La caccia non era invece direttamente regolamentata dagli Statuti, che tuttavia prevedevano dei premi in denaro per chi avesse ucciso determinati animali selvatici, mentre precise norme regolavano la disciplina della pesca, che non poteva essere effettuata con la rete o il barrello e sulla cui regolarità vigilava un guardiapesca stipendiato dal comune, il "gabellottus". Per quanto riguarda invece le procedure giudiziarie, gli Statuti di Triora non facevano alcuna distinzione tra procedura penale e procedura civile, prevedendo un'unica procedura valevole per qualsiasi questione presentata al tribunale locale.

       E' opportuno a proposito sottolineare come la stragrande maggioranza delle norme di diritto contenute negli Statuti riguardassero quasi esclusivamente reati contravvenzionali, mancando del tutto norme che regolassero i delitti più gravi come l'omicidio, su cui poteva giudicare solo il podestà, osservando scrupolosamente quanto previsto dalle leggi della Repubblica di Genova. La competenza del pretore, il magistrato locale, era limitata esclusivamente alle disposizioni scritte negli Statuti, mentre per tutte le altre questioni legali era competente il foro di Genova, a cui il pretore triorese trasmetteva le cause.

     Mentre era ancora in corso il lavoro di revisione degli Statuti, nel 1596, la chiesa di Andagna venne staccata dalla parrocchia madre di Triora. Due anni dopo, nel 1598, iniziarono dei lavori di ingrandimento della chiesa romanica della Collegiata. Risale invece al 1605 la cessazione ufficiale del titolo di podestà del comune di Triora, sostituito con quello di sindaco, anche se nei secoli precedenti i due titoli erano stati usati contemporaneamente, essendo in carica nello stesso tempo un sindaco e un podestà, ed anche dopo il 1605 i due titoli furono utilizzati indifferentemente ancora per qualche tempo.

       Con un rescritto pontificio del 26 giugno 1610, la chiesa triorese di San Francesco, edificata nel 1593, venne aggregata alla basilica di San Giovanni in Laterano di Roma, ed divenne perciò possibile per i trioresi lucrarvi l'indulgenza plenaria quotidiana. Nel 1612 il patrizio romano e oriundo triorese Cesare Velli ottenne da papa Clemente VIII la concessione di speciali indulgenze per gli iscritti e le iscritte alle due confraternite di Triora, quella di San Giovanni Battista e quella di San Dalmazzo.

       Otto anni più tardi, nel 1620, il canonico triorese Giovanni Velli, addetto alla collegiata di San Nazàro Maggiore di Milano, lasciò in eredità ai canonici di Triora la somma di diecimila lire. Il prelato lasciò inoltre delle rendite per la fondazione nel suo paese natale di una scuola di latino, che, esistente ancora agli inizi del Novecento, era detta appunto del "lascito Velli". Tre anni dopo, nel 1623, un'altra chiesa locale si staccò dalla chiesa madre: la chiesa di Corte venne scissa dalla Collegiata triorese.

      Nell'estate del 1624 il duca di Savoia Carlo Emanuele I, con l'appoggio della corte di Francia, decise di attaccare la Repubblica di Genova per impadronirsi dei territori della Riviera ligure che erano ancora sotto il dominio genovese. In particolare, il casus belli fu rappresentato dall'acquisto nel 1622, da parte del governo genovese, del marchesato di Zuccarello, ambito fortemente dal duca di Savoia. Nel mese di settembre si tenne un convegno a Susa, a cui parteciparono il duca Carlo Emanuele I, l'inviato della regina di Francia Maria de' Medici maresciallo Lesdiguières, l'ambasciatore francese in Piemonte e l'ambasciatore della Repubblica di Venezia.

       Nel corso del convegno venne deciso di muovere una guerra contro la Repubblica di Genova, al termine della quale i francesi avrebbero avuto la Corsica e lo stato di Genova fino a Savona, mentre al duca di Savoia sarebbe spettato il marchesato di Zuccarello e tutte le terre da Ormea e Oneglia fino a Nizza. Fu inoltre stabilito di attaccare subito lo stato genovese attraverso l'appennino ligure. Una volta varcato il confine che divideva il genovesato dal Monferrato, sul cui territorio il duca di Mantova diede libero accesso all'esercito del duca di Savoia, le truppe franco-piemontesi ottennero subito delle vittorie militari su quelle genovesi a Voltaggio e a Gavi.

       Dopo che, per dissensi ai vertici del comando, i franco-piemontesi ebbero rinunciato a porre l'assedio a Genova, Carlo Emanuele I decise di indirizzare gli sforzi delle proprie truppe per la conquista della Riviera di Ponente, inviandovi settemila fanti, quattrocento cavalli e i figli Vittorio Amedeo e don Felice di Savoia. Il principe Vittorio Amedeo pose subito l'assedio a Pieve di Teco, strenuamente difesa dai fanti genovesi guidati da Girolamo Doria, che però cadde dopo cinque giorni di assedio e venna messa a ferro e fuoco dai piemontesi. In seguito anche altre città della Riviera, tra cui Albenga, Alassio, Porto Maurizio, Oneglia, Sanremo e Ventimiglia caddero senza opporre resistenza di fronte all'urto delle forze piemontesi, a cui dovettero pagare forti somme di denaro per evitare di essere sottoposte al sacco.

      Il 7 agosto 1625 truppe franco-piemontesi con 500 soldati provenienti da Sospello e comandate dal commendatore francese Dandelot e da don Felice di Savoia, posero l'assedio a Triora. La popolazione triorese decise allora di resistere ad oltranza all'assedio opponendo una resistenza eroica e disperata con l'aiuto anche delle milizie cittadine e di quelle inviate da Genova. Quando però il 20 agosto i trioresi stavano per arrendersi e consegnare gli ostaggi al nemico, giunsero a Triora delle truppe ausiliarie provenienti da Taggia, Porto Maurizio e Sanremo guidate dal capitano G. Vincenzo Lercari, che costrinsero gli assedianti, tornati alla carica con 4000 soldati agli ordini di don Felice di Savoia, a togliere l'assedio al paese ed a tornarsene a Sospello, dove condussero prigionieri 130 ostaggi.

      Durante i durissimi giorni dell'assedio, si distinse in modo particolare nell'incitare la popolazione a resistere agli attacchi del nemico il capitano genovese Pietro Antonio Cornero, che cadde in combattimento il 12 agosto nel corso di uno scontro a fuoco tra soldati genovesi e franco-piemontesi nei primi giorni dell'assedio del paese e venne poi sepolto nei sotterranei della sacrestia della Collegiata triorese, dove un'iscrizione ne ricorda il sacrificio. La felice conclusione dell'assedio, avvenuta il 20 agosto, giorno della festa di San Bernardo di Chiaravalle, indusse i trioresi ad attribuire all'intercessione del santo il merito principale della vittoria sui franco-piemontesi.