Accesso ai servizi



Dalla Preistoria alla fine del Medioevo (Parte 1)

       L'alta valle Argentina, e in particolare la zona di Triora, risulta abitata fin dalla più remota antichità da piccole tribù che avevano trovato rifugio all'interno di grotte o anfratti naturali. I più antichi resti archeologici che testimoniano la presenza di vita umana nel territorio triorese risalgono al periodo del Neolitico medio, collocabile all'incirca tra il 3800 e il 3000 a.C.

       In tale periodo si sviluppò nell'Italia settentrionale la cosiddetta "Cultura dei Vasi a Bocca Quadrata", chiamata in questo modo proprio per la caratteristica foggia dei vasi che allora venivano prodotti dalla diverse popolazioni preistoriche. Le genti portatrici di questa cultura, che sembra si sia sviluppata per tutto il corso del IV millennio a.C., hanno lasciato testimonianze della loro civiltà in molte grotte e anfratti del Finalese, tra cui le più importanti sono la Caverna delle Arene Candide e quella di Pollera.

       Nei pressi di Triora sono stati recentemente rinvenuti due importanti siti archelogici risalenti al periodo del Neolitico medio: l'Arma della Gastéa e la Tana della Volpe. L'Arma della Gastéa o Arma Mamela, situata nelle immediate vicinanze dell'abitato di Borniga, una borgata di Realdo, alla sinistra del rio omonimo, presenta un'apertura, di forma triangolare, costituita da calcari nummulitici del Luteziano ed è posta all'altezza di circa 1270 metri. La cavità è formata da una stretta galleria rettilinea che tende a restringersi progressivamente verso l'interno. L'anfratto, non abitabile a causa delle particolari condizioni climatiche dell'ambiente, era adibito a luogo di sepoltura collettiva in due distinti periodi, come attestano i corredi funebri rinvenuti nella grotta insieme alle ossa di non meno di quattro individui. L'occupazione più antica della grotta è attribuibile al Neolitico medio per la presenza di un unico frammento di orlo di vaso a bocca quadrata; allo stesso periodo dovrebbero risalire anche alcune piccole conchiglie marine forate per uso ornamentale ed alcune lamelle di fattura litica. Ad una fase più recente, collocabile tra il XIII e il XII secolo a.C., sono invece ascrivibili due spilloni in bronzo con capocchia di forma troncoconica forata, utilizzati per fermare vesti e mantelli all'altezza delle spalle.

       La Tana della Volpe è invece costituita da una piccola cavità formatasi dall'accumulo di grossi massi franati, che si apre alla base di un'alta parete rocciosa all'altezza di circa 750 metri sulla riva destra del torrente Argentina dirimpetto all'abitato della frazione triorese di Loreto. Nel corso di varie esplorazioni archeologicheè venuto alla luce un deposito archeologico suddiviso in cinque distinti strati con uno spessore di circa 150 centimetri. Nel quarto strato, il più antico, sono stati trovati i frammenti di due o tre vasi a bocca quadrata risalenti al periodo del Neolitico medio, con una decorazione costituita da fasci di linee spezzate a zig-zag riscontrabile anche in alcuni vasi del tredicesimo strato delle Arene Candide. In questo strato sono stati anche rinvenuti vari altri reperti adibiti a svariati usi quali un punteruolo in osso, una lamella in selce, un pendaglio ricavato da una zanna di cinghiale e tre conchiglie destinate ad uso ornamentale.

       Immediatamente sopra lo strato del Neolitico medio, si sviluppa per oltre 1 metro di spessore, occupando il terzo e il secondo strato, un vero e proprio ossario con i resti umani sparsi in modo disordinato tra le pietre e le fessure dell'anfratto. Il materiale archeologico è invece costituito da alcune centinaia di frammenti di vasi ad impasto. Nel terzo strato sono stati trovati vasi globulari con bugne e prese a linguetta e ollette a fondo piatto, riferibili ad un periodo compreso tra il Neolitico finale e l'Eneolitico, intorno alla metà del III millennio a.C.

       Nel secondo strato sono stati rinvenuti reperti vascolari di fattura più recente: ciotole e tazze carenate, databili al Bronzo medio, ed olle e urne che presentano decorazioni "ad unghiate" e "a stecca", riferibili ad un periodo compreso tra il Bronzo tardo e la prima Età del Ferro. La Tana della Volpe rappresenta inoltre il punto più occidentale raggiunto dalle genti della "Cultura dei Vasi a Bocca Quadrata" nel corso delle loro migrazioni nel territorio dell'Italia settentrionale.

       Sul successivo periodo preistorico del Neolitico superiore (3000-2500 a.C.), caratterizzato in Liguria dalla "Cultura Chassey-Lagozza", non sono venute finora alla luce testimonianze attendibili sulla presenza dell'uomo nel territorio triorese. Tuttavia, ad una fase finale di questo periodo, definita da Bernabò Brea "sublagozza", potrebbero essere attribuiti i vasi globulari e le tazze carenate ritrovate nella Cava di Loreto e parte del materiale ceramico rinvenuto nel terzo strato della Tana della Volpe.

       Il periodo Eneolitico, che va dal 2500 al 1800 a.C., corrispondente all'introduzione e alla lavorazione del primo metallo, il rame, è caratterizzato nella zona di Triora dalla presenza di una serie di cavernette sepolcrali e anfratti rocciosi, che testimoniano l'esistenza di una avanzata e prospera civiltà pastorale estesa fino al mare tramite le vie della transumanza passanti per Tenda e Monte Bego, con significativi elementi coevi alla civiltà dolmenica e calcolitica della Provenza e della Linguadoca, e, a partire dal 2200 circa, anche della "Cultura del Vaso Campaniforme", di origine iberica.

       Tra le varie grotte risalenti all'Eneolitico le più importanti ubicate nel territorio triorese sono l'Arma della Grà di Marmo, nota anche come Grotta di Realdo, che si apre alla sommità dell'alta falesia calcarea nummulitica del Luteziano, nell'area immediatamente sottostante gli orti che circondano l'abitato di Realdo e contiene numerosi reperti preistorici tra cui un deposito sepolcrale, composto da uno spesso ammasso di ossa umane collocate all'interno di una fossa ed un ricco corredo funerario tipicamente eneolitico, oggetti ornamentali in ceramica e in rame, frecce in selce e diaspro, un ago ricavato da una zanna di cinghiale, centinaia di collane di perle e in particolare di "perle ad alette", caratteristico elemento decorativo appartenente alle culture pastorali eneolitiche dell'area calcarea della Linguadoca. L'Arma della Vigna, situata nei pressi della Tana della Volpe a 640 metri di altitudine, che conserva reperti in marmo, quali vaghi di una collana, due "perle ad alette", quattro perle a tre lobi e cinque perle a croce, e in ceramica, tra resti di vasi ad impasto grezzo e di una ciotola a pareti sottili con impasto depurato; e la stazione della Cava di Loreto, situata a 400 metri a nord della chiesetta di Nostra Signora di Loreto, poco distante dall'Arma della Vigna, che testimonia, tramite numerosi reperti, tra cui un vaso in puro stile "marittimo" con decorazione composta da tredici bande orizzontali parallele e altrettante bande inornate, frammenti ceramici di olle, orcioli e tazze, e oggetti in osso e conchiglia, la presenza in questa zona della "Cultura del Vaso Campaniforme" nella fase più antica del suo sviluppo, collocabile intorno al 2000 circa a.C.

       La civiltà pastorale delle popolazioni abitanti in grotte sepolcrali continuò a sussistere nel territorio dell'alta valle Argentina anche nel periodo della successiva età del Bronzo (1800-750 a.C.), subendo peraltro gli influssi delle culture di Polada e del Rodano nella fase più antica e di quelle delle Terramare e dei Campi d'Urne nel Bronzo medio e tardo. I nuclei abitativi più significativi risalenti a questo periodo sono quelli rinvenuti nel Pertuso, noto anche come Grotta di Goina, situato nell'alta valle del Capriolo all'altezza di 1300 metri di altitudine, in cui sono stati trovati una notevole quantità di ossa umane, frammenti di vasi in ceramica e vari oggetti ornamentali, costituiti da una quarantina di perline piatte ricavate da valve di conchiglie e una perla trilobata in pasta vitrea, e nel Buco del Diavolo, una profonda cavità di origine carsica situata nella parte alta della parete detta del "Bausu Longu" a 1430 metri di quota, nelle vicinanze di Borniga, formata da due distinte aperture situate a 30 metri di dislivello l'una dall'altra, che conserva ossa umane e interessanti reperti archeologici risalenti all'età del Bronzo costituiti da otto armille a nastro carenato e decorazione di tipo geometrico, un collare ritorto e bracciali anch'essi a nastro carenato e decorazioni costituite da un motivo centrale di forma ovale.     

       Significative testimonianze attestano la presenza di una avanzata comunità alpestre nel territorio di Triora nel periodo dell'età del Ferro, dal 750 a.C. alla romanizzazione della regione. In particolare sono stati rinvenuti reperti risalenti alla fase più antica di questo periodo (VIII-V secolo a.C.) nel secondo strato della Tana della Volpe, quali frammenti di olle o urne presentanti decorazioni "a stecca" e "ad unghiate", tipo Rossiglione, caratteristici di molti altri insediamenti umani della Liguria occidentale preromana.

       Sulla cima del Bric Castellaccio, a 1275 metri di altitudine, nei pressi dell'abitato di Borniga, sono stati trovati resti attestanti l'esistenza sul luogo di un castellaro abitato da Liguri montani, quali frustoli di ceramica ad impasto, una macina a mano e frammenti del collo di un'anfora romana.

      Nel II secolo a.C. gli abitanti di Triora facevano parte della tribù ligure degli Albingauni, che insieme agli Intemelii  ed ai Savo sostennero una lunga ed estenuante guerra contro i Romani. La guerra, resa ancora più difficile dalla pervicace resistenza opposta dai Liguri alla penetrazione romana e dalla conformazione fisica del territorio particolarmente impervio, durò oltre ottant'anni e terminò nel 115 a.C. con la sottomissione della Liguria a Roma.

      Tra le 45 tribù o genti alpine assoggettate al dominio romano che sono riportate sulla lapide del trofeo di Augusto a La Turbie compare anche la tribù dei Triullates, che, secondo alcuni storici, sarebbero stati gli antichi abitatori di Triola, come era chiamata Triora nell'antichità e nel medioevo. Nonostante la conquista della regione da parte romana, i Liguri non si sottomisero ancora del tutto dando luogo a resistenze e ribellioni, a cui i Romani risposero con deportazioni in massa degli abitanti che si insubordinavano. Tra questi furono deportati nel piano del vallone Cians, primo affluente della sinistra del fiume Varo, anche dei Triulati, che potrebbero essere stati degli abitanti dell'antica Triora.

Durante il periodo imperiale Triora e il resto della Liguria godettero di particolare prosperità e ricchezza. Nel IV secolo Triora venne evangelizzata, insieme ad altri paesi del territorio intemelio e ingauno, da San Marcellino, primo vescovo di Embrun in Francia, e dai suoi compagni Vincenzo e Donnino, che erano giunti nell'alta valle Argentina dopo essere approdati dall'Africa sulla spiaggia di Nizza nell'anno 360. Nel periodo delle invasioni barbariche e dei regni romano-barbarici, Triora vide probabilmente aumentato il numero dei suoi abitanti a causa del fatto che numerosi abitanti della sottostante riviera si rifugiarono sulle vicine montagne per scampare alle numerose devastazioni operate dalle popolazioni barbariche e saracene, tra cui le più significative furono quella compiuta nel 641 dai Longobardi guidati da re Rotari e nel 730 da un manipolo di arabi che saccheggiò e incendiò il paese.

       Durante la dominazione carolingia, succeduta a quella longobarda, Triora conobbe un periodo particolarmente oscuro, di cui non è rimasta alcuna traccia documentaria, se non la supposizione, avanzata da alcuni storici, tra cui Savio Fedele, che a questo periodo, tra l'VIII e il IX secolo, risalirebbe la costruzione, da parte di monaci benedettini, dell'antica chiesa-parrocchia altomedievale dedicata a San Pietro apostolo e a San Marziano martire, ubicata fuori le mura dell'abitato, come lo erano del resto tutte le parrocchie dei pagus, i villaggi dell'alto medioevo. La chiesa, oggi completamente scomparsa, venne distrutta dalle fondamenta nel 1878 per erigervi al suo posto una piazza d'armi.

      Verso la metà del X secolo il re d'Italia Berengario II, per difendere le Alpi Marittime dalle incursioni saracene, divise il territorio ligure in tre marche: la Arduinica, la Aleramica e l'Obertenga. Triora venne assegnata alla marca Arduinica o contea di Albenga, che si estendeva lungo il litorale da Nizza a Finale. A ponente la marca Arduinica confinava con la contea di Ventimiglia presso il torrente Armea nei pressi di Bussana. La marca cessò di esistere nel 1091 con la morte dell'ultima contessa di Albenga, Adelaide.

        Durante il IX e il X secolo si sviluppò anche a Triora l'economia feudale, basata sullo sfruttamento della terra quale unica ricchezza sociale. Fulcro dell'economia feudale era il sistema curtense, che si irradiava intorno al castello del feudatario. A Triora il castello dovette essere costituito dal Forte di San Dalmazzo, a cui era annessa la chiesa omonima e l'abitazione del signore. La corte era una vera e propria cittadella completamente autosufficiente, con i suoi magazzini, coloni e artigiani, e vendeva, comprava e barattava con i trioresi i prodotti della terra e i manufatti locali.

      Nel territorio del feudo si distinguevano le terre dominiche, lavorate da coloni, e quelle massaricie, costituite da poderi abitati da coloni che pagavano un tributo al feudatario. Sul territorio di Triora erano ubicate circa una dozzina di queste massaricie o "mansuarie" (masserie), di cui si conservano ancora i resti sparsi sulle alture prospicienti il paese. In seguito, al feudatario successero i feudatari minori, detti anche vassalli, che dettero origine alle tre o quattro famiglie nobili  e potenti del luogo. Estinti i conti, questi signorotti acquistarono quasi tutte le terre del paese, mentre le altre famiglie, più povere, dovettero accontentarsi di lavorare a mezzadria i terreni restanti. Frattanto, intorno al 1000, si era verificata una generale ribellione dei coloni nei confronti dei feudatari, a cui essi si rifiutarono di pagare i tributi e lavorare gratuitamente e occuparono le terre, obbligando i feudatari a venire a patti cedendo i terreni, mediante livelli e enfiteusi, ai coloni, che col tempo sarebbero diventati gli unici proprietari delle terre un tempo appartenenti ai feudatari.

      Nella prima metà del secolo XII, dopo l'estinzione dei conti di Albenga con la morte della contessa Adelaide e il conseguente scioglimento della marca arduinica, Triora passò sotto il dominio dei conti di Ventimiglia, pur rimanendo sotto la giurisdizione religiosa del vescovo di Albenga. In tale occasione i conti di Ventimiglia accrebbero notevolmente il proprio territorio, inglobando, oltre a Triora, gli altri paesi della valle Argentina, e le valli del Maro, dell'Impero e dell'Arroscia. Tali possedimenti erano stati in precedenza oggetto di aspre e sanguinose contese con gli Aleramici. Fu proprio durante questi dissidi che la Repubblica di Genova riuscì a stringere il 2 luglio 1140 un patto di alleanza con i figli di Bonifacio, marchese di Savona, i quali si impegnarono a soggiogare Ventimiglia e la sua contea e ad assoggettare con le armi le popolazioni che abitavano dal fiume Armea sino a Finale e nel relativo entroterra.

       La stipulazione di tale trattato può essere orientativamente indicata come l'inizio dell'espansione ventimigliese oltre il fiume Armea e del passaggio di Triora sotto il dominio dei conti di Ventimiglia, ma propriamente del conte di Badalucco, che apparteneva ad un ramo collaterale della dinastia regnante a Ventimiglia.

      Nel 1153 Anselmo de Quadraginta, signore feudale di Linguila, intervenne in Triora per far riscuotere da parte della popolazione locale le decime ecclesiastiche spettanti al vescovo di Albenga, alla cui diocesi il paese apparteneva. Impossibilitato però a riscuoterle personalmente, Anselmo inviò allora a Triora e in altri trenta paesi un energico esattore, che effettuò l'operazione di riscossione dei tributi. Il fatto non riveste particolare importanza dal punto di vista politico in quanto

       Triora dipendeva allora politicamente da Ventimiglia, quanto piuttosto da quello religioso, che attesta inconfutabilmente la presenza di una parrocchia a Triora all'epoca della richiesta delle decime da parte della curia vescovile di Albenga. Quattro anni dopo, nel 1157, ma la notizia non è perfettamente sicura, Guido Guerra, conte di Ventimiglia, giurò fedeltà a Genova, a cui donò tutti i castra della contea, tra i quali anche Triora, ricevendoli contemporaneamente in feudo per investitura. Tra i successivi eventi notevoli che si verificarono a Triora in questo periodo ricordiamo la sentenza, pronunciata nel 1162 dal conte Gerbardo di Lussemburgo, legato dell'imperatore Federico Barbarossa, relativa alle controversie sorte tra Triora e Briga per motivi di pascolo nel territorio confinante tra i due paesi.

       Il 15 ottobre dello stesso anno Triora fu invece teatro di un incontro, voluto dal conte Guido Guerra, a cui parteciparono il fratello di Guido Ottone IV e i rappresentanti dei comuni di Tenda e Briga, per addivenire ad un accordo tra le parti in merito all'eredità della signoria di Tenda e Briga, che era stata attribuita a Guido. Dopo diversi giorni di trattative si pervenne ad un concordato, che venne però duramente contestato dagli abitanti dei due paesi.

      Intorno al 1190 Triora e il resto della Liguria occidentale passarono definitivamente sotto la sfera di influenza politica e economica della Repubblica di Genova. Nella seconda metà del XIII secolo, inoltre, contemporaneamente al progressivo esautoramento dell'autorità dei conti di Ventimiglia, che più volte non avevano rispettato i patti sanciti con le popolazioni sottomesse commettendo inutili soprusi, cominciò a farsi sentire anche tra i trioresi il desiderio di emanciparsi dal dominio ventimigliese proprio quando anche il sistema feudale stava dissolvendosi.

       Sorsero allora delle associazioni di cittadini, dette Compagnie o Compagne, che si proponevano di incentivare l'esercizio del commercio e garantire la mutua collaborazione tra i cittadini del paese. I mercanti, eletti per svolgere le mansioni di giudici commerciali delle Compagnie, cominciarono quindi a farsi chiamare con il nome di consoli. Successivamente le Compagnie, per dare maggiore forza giuridica alla propria azione e per contrastare lo strapotere dei feudatari, si costituirono in comuni, come avvenne anche a Triora, che in questo periodo venne eretta a Comune (non ancora libero, ma propriamente feudo-comune), governato prima da consoli e poi da podestà, con il potere di emettere proprie leggi ed eleggere i magistrati locali. Molti abitanti dei dintorni si rifugiarono allora a Triora nella speranza di vivere al sicuro da eventuali attacchi nemici ponendosi sotto la protezione dei potenti signori del luogo.

       In questo periodo andò formandosi stabilmente il primo centro dell'impianto urbanistico di Triora, il quartiere di San Dalmazzo, che era il punto più elevato dell'abitato ed era quasi inaccessibile da tre lati, con il suo forte, la chiesa e il palazzo pubblico. Le cinque o sei case costruite fuori della porta Peirana (o della Carriera Velli) formarono invece il primo nucleo del paese, il cosiddetto burgus, direttamente confinante con il castrum o castello. Come a Genova, anche a Triora la popolazione era divisa in due distinte fazioni, la nobiltà e la plebe, ciascuna occupante un quartiere dell'abitato: quello inferiore (Camurata e Sambughea) era destinato alla plebe, mentre quello superiore (Carriera e Cima o Rizettu) era abitato dalla ricca nobiltà.

      Nel 1200 Triora acquistò da Gerardo Travacca (scritto anche nella grafia Tranucca) di Roccabruna, che lo aveva comprato a sua volta dal conte di Ventimiglia Guglielmo I, metà del paese (castrum) di Do o Dho (poi chiamato Castelfranco e oggi Castelvittorio). Il 18 marzo 1202 il comune di Triora stipulò, insieme ad altri venti paesi delle valli di Arroscia, Andora, Oneglia, Prelà, Rezzo e Nasino, un trattato di mutua amicizia con il podestà di Genova Goffredo Grasselli, che promise di prendere le difese dei paesi firmatari dell'accordo qualora questi avessero subito degli attacchi o delle molestie da parte della contea di Ventimiglia, mentre i rappresentanti dei comuni firmatari del trattato si impegnarono solennemente a difendere i cittadini genovesi offesi o attaccati nei loro possedimenti, a garantire la libera circolazione nei suddetti territori del grano, della biada e delle altre mercanzie dirette a Genova o da questa provenienti, a provvedere l'esercito genovese, in caso di guerra, di grano, biada e vettovaglie, e ad inviare nella chiesa di San Lorenzo a Genova, come segno di devozione e fedeltà, in occasione della festa di San Giovanni Battista, un grosso cero di venticinque libbre.

       Due anni dopo, il podestà Grasselli, con ordinanza del 7 agosto 1204, intimò alle popolazioni delle valli di Arroscia, Andora e Oneglia di mantenersi in pace tra loro e di porre fine agli omicidi, incendi e distruzioni delle case seguite ad una guerra con il comune di Porto Maurizio, fissando a mille lire in moneta genovese la pena pecuniaria che avrebbe dovuto pagare un paese che contravvenisse a questi ordini, e a cento lire la sanzione imputabile a singoli cittadini di un comune di queste valli che avessero disobbedito all'ordinanza podestarile. In particolare, il podestà invitò gli uomini delle città delle valli Arroscia, di Andora e di Oneglia a fare guerra agli abitanti di Triora, a non vendere o comprare merce da loro e a impossessarsi delle cose appartenenti ai trioresi senza restituirle, e tutto questo fino a quando i trioresi non avessero soddisfatto congruentemente certi oneri imposti loro da Genova e non si fossero sottomessi completamente all'autorità e al dominio genovese.

      Intorno al 1210 venne istituito a Triora un governo popolare, detto Parlamento generale, formato dai maiores terrae, e retto da sei consoli in rappresentanza delle principali famiglie magnatizie trioresi. Pochi anni prima, il 17 dicembre 1202, il marchese Ottone Del Carretto, nunzio dell'imperatore Federico II, aveva ordinato ai consoli di Triora, Pigna, Baiardo, Airole, Castello, Perinaldo e Rocchetta di non prestare aiuti o vettovaglie ai ventimigliesi, incorsi nel bando dell'impero, sotto la pena di cinquecento marche di argento e del bando imperiale. A causa dell'ostilità dell'imperatore e delle difficoltà ad amministrare possedimenti così diversi e lontani, i conti di Ventimiglia decisero allora di disfarsi dei comuni della costa e dell'entroterra che erano ancora sotto la loro giurisdizione.

        Nel 1230 vendettero la villa di Gionco, presso Ventimiglia, e il vicino castello omonimo, mentre nel 1255 cedettero Dolceacqua e all'incirca nello stesso periodo anche Apricale, Isolabona e Perinaldo. Nel 1217 Triora stipulò una convenzione con Montalto e Badalucco, allora riunite in un'unica comunità, per addivenire ad un accordo tra le parti per lo sfruttamento del bosco di Tomena, e specialmente del cuneo detto dell'Agrifoglio. Il 13 gennaio di quell'anno convennero a Triora Ugo Baragna, Ugo Aldaria, Raimondo Picenoti e Arnaldo Celmaria in rappresentanza del comune di Triora, Bernardo Boeri e Raimondo Brizio di Badalucco e Ugo Tabaria e Ugo Ammirati di Montalto per stabilire di comune accordo l'utilizzazione da farsi del territorio detto Ubago dell'Agrifoglio, dove gli abitanti di Montalto tagliavano il fieno fino all'acqua del fiume.

      Le parti pervennero al seguente accordo, che giurarono solennemente di rispettare per il futuro: la zona dell'Ubago fino al punto detto Cuneo Pietoso sarebbe rimasta in perpetuo di comune proprietà fra gli abitanti di Triora e quelli di Montalto e nessuna delle due parti avrebbe potuta concederla in pascolo ad altri o venderla. Gli uomini di Montalto avrebbero potuto inoltre portare a bere il loro bestiame nel fossato che segnava il confine, mentre la terra situata sopra il prato della Gola non avrebbe potuto essere ceduta da una parte all'altra. I dissidi tra trioresi e montaltesi sui diritti di pascolo nel bosco di Tomena non finirono peraltro con la firma di questo accordo tanto che, oltre un secolo dopo, nel 1339, i montaltesi furono accusati di pascolare abusivamente nella zona di Tomena e vennero conseguentemente condannati dal giudice di Triora.

        Dopo essersi appellati contro questa sentenza al Senato di Genova, ottennero quindi l'assoluzione il 27 giugno 1341. L'8 gennaio 1238 fu invece firmata una transazione con il comune di Pigna, mentre, nel settembre del 1250, il comune di Triora strinse una convenzione di buon vicinato con Briga, che attesta tra l'altro che in quest'epoca Triora era in grado di amministrare liberamente le proprie finanze e i propri interessi economici e sociali.

      La convenzione, stipulata il 1° settembre a Briga davanti alla casa di Giacomo Boeri dal sindaco di Triora Vincenzo Rustico e da quello di Briga Vincenzo Bosio, regolava sotto forma di un decalogo i rapporti di amicizia e di buon vicinato tra gli abitanti di Triora e quelli di Briga, stabilendo delle multe ed altre sanzioni pecuniarie per chi violava determinate disposizioni relative ai confini tra i due comuni e all'utilizzazione dei pascoli e contro i colpevoli di ogni tipo di violenza, furto, offesa o danneggiamento a persone e cose.

       In particolare, in caso di "assalto" di un cittadino ad un altro, la pena era di 100 soldi all'amministrazione giudiziaria e 100 alla persona danneggiata; in caso di percosse l'ammenda era di 10 lire alla giustizia e 10 al cittadino percosso; se qualcuno violava una proprietà privata la pena era di 20 lire, mentre il giudizio sui furti era delegato a due uomini appartenenti alla parentela dell'accusato, che era punito con il banno e un'ammenda pecuniaria corrispondente a 20 soldi; nel caso il colpevole non avesse potuto pagare il banno o l'ammenda, il suo comune di appartenenza avrebbe dovuto pagare per lui oppure marcargli un piede o una mano; se poi non lo avesse trovato per applicargli la sanzione, questo lo avrebbe dovuto esiliare in perpetuo fino a quando non avesse soddisfatto ai suoi obblighi giudiziari. La convenzione prevedeva inoltre il "divieto" ai due comuni firmatari di farsi guerra tra di loro o tra singoli cittadini appartenenti alle due comunità per nessun motivo.

      Queste convenzioni testimoniano in modo particolare l'ampiezza del territorio utilizzato dai trioresi per i pascoli e il commercio, comprendenti anche zone di comuni limitrofi a quello di Triora. A questo periodo, intorno alla metà del secolo XIII, dovrebbe anche risalire la prima redazione degli Statuti comunali di Triora, che regolavano la vita civile e sociale della piccola comunità montana senza tuttavia pregiudicare i diritti spettanti al conte di Badalucco, che era ancora il proprietario formale del paese.

      In seguito, constatata la volontà dei trioresi di non voler più dipendere dalla contea di Ventimiglia, ribadita dal trattato stipulato nel 1202 con Genova, il conte di Badalucco Bonifacio, figlio di Oberto, già conte di Ventimiglia, vendette all'avvocato Janella (scritto in altre grafie anche Gianello e Janello), suo cognato, rappresentante insieme al capitano Guglielmo Boccanegra la Repubblica di Genova, con atto stipulato a Genova davanti alla chiesa di San Lorenzo il 21 febbraio 1260, i castelli di Triora e di Do o Dho, e la metà dei castelli di Arma e Bussana, con i relativi domini, signorie, diritti comitali, giurisdizioni, introiti e proventi per la somma di 3000 lire genovesi.

      La vendita di Triora a Genova non modificò tuttavia la dipendenza religiosa del paese dalla curia vescovile di Albenga. L'avvocato Janella non era però totalmente soddisfatto dell'acquisto di Triora forse perché, avendo prestato precedentemente del denaro al conte Oberto, riteneva che più che una vendita quella appena conclusa era semplicemente una presa di possesso di un bene già ipotecato. In ogni caso, qualunque fossero i suoi propositi, l'anno successivo, e precisamente il 4 marzo 1261, con atto siglato a Genova in casa di Opizone dei Fieschi e poi rogato l'8 novembre 1267 dal notaio Guglielmo di San Giorgio, l'avvocato Janella, assistito dall'avvocato Giacomo, vendette nuovamente al comune di Genova il castello di Triora e metà dei castelli di Do, Arma e Bussana per la somma di 2300 lire genovesi.

      L'11 marzo successivo ad Arma l'avvocato Pietro e sua figlia Giulietta, moglie del conte Bonifacio, confermarono e ratificarono la vendita di Triora, Do, Arma e Bussana al comune di Genova. Lo stesso 11 marzo il rappresentante genovese Lanfranco Bulbonino incaricò cinque trioresi di intervenire per chiarire la confusa posizione fiscale dei nuovi sudditi della Repubblica di Genova. I cinque prescelti, Ugo Bonsignore, Guglielmo Rustico, Guglielmo Aiana, Raimondo Verrando e Guglielmo Scofferio, accertarono che ventuno famiglie erano esenti dal pagamento di metà delle decime da versare al comune, ma dovevano pagare quattro soldi ogni due anni e nulla l'anno successivo e quattordici denari ciascuna per due anni. Le immunità richieste dai cittadini dovevano tuttavia essere comprovate da adeguata e inoppugnabile documentazione.

      I cinque eletti presentarono anche una lista di settantacinque capifamiglia, che dovevano due denari ogni due anni, mentre al terzo anno il contriburo richiesto loro era di quattordici denari. Metà della somma riscossa sarebbe andata a favore dei signori di Garessio, forse imparentati con i conti di Ventimiglia. Seguiva poi un gruppo di diciotto persone (ma la relazione ne cita solo diciassette), che erano obbligati a pagare, oltre ai due e ai quattordici denari come gli altri, anche una decima per i beni da loro posseduti oltre il fiume di Taggia (l'Argentina). Di tale decima un quarto sarebbe stato attribuito alla chiesa di San Dalmazzo di Triora, la metà del rimanente al comune di Genova, mentre dell'ultima metà non è specificata la destinazione.

      L'11 marzo 1261 a Triora, alla presenza dell'ambasciatore genovese e legato del capitano Guglielmo Boccanegra Lanfranco Bulbonino, i consoli e i capifamiglia del paese dell'alta valle Argentina giurarono solennemente fedeltà alla Repubblica di Genova. I sei consoli, che allora reggevano le sorti del comune di Triora e che giurarono fedeltà a Genova, erano Anselmo Morando, Ricolfo Donzella, Oberto Borrelli, Daniele Agagia, Sasso Beneadorno e Oberto Prete, mentre i capifamiglia trioresi, rappresentanti l'intera popolazione del borgo alpestre, anche se probabilmente non giurarono proprio tutti, ammontavano a 369, pari a circa 1600-1700 persone, che si presume dimorassero allora a Triora. Dopo averne ratificato l'annessione, Genova eresse Triora a capo di giurisdizione, in qualità di nona podesteria della Repubblica, ponendo al vertice del comune un podestà, nominato direttamente dal governo genovese, che aveva il compito di sorvegliare l'operato degli amministratori locali e di tutelare i diritti e gli interessi del comune di Genova. Il podestà aveva inoltre pieni poteri politici e militari, l'autorità per amministrare la giustizia e anche la facoltà di condannare alla pena di morte.

      Per tali funzioni giudiziarie il podestà veniva anche definito pretor. L'unica limitazione alla sua autorità era quella di sottostare alle norme degli Statuti comunali, che egli non poteva in alcun caso modificare. La podesteria di Triora comprendeva anche i paesi di Molini, Corte e Andagna (frazioni del capoluogo), Baiardo, Do, Montalto, Badalucco, e per qualche tempo anche Ceriana.

      Nel 1271 Triora stipulò un'altra convenzione di buon vicinato con il comune di Rezzo. L'atto, redatto il 27 giugno sopra il ponte de Toriis, presso il castrum di Triora, dal sindaco di Triora Enrico Borreli e dal sindaco di Rezzo Tommaso Vivaldi, addiveniva ad una reciproca intesa tra le due parti sulle delimitazioni delle aree destinate al pascolo, stabilendo delle pene e sanzioni pecuniarie contro coloro che violassero le norme sui confini dei territori e sulla pastorizia commettendo in particolare furti di bestiame e di biada.

      Nel dettaglio era prevista la pena di 100 soldi nel caso di "assalto" di un cittadino ad un altro e di 10 lire per le percosse; chiunque avesse arrecato danni in proprietà altrui era punito con il banno e un'ammenda; in caso di furto, l'accusato, come era stato stabilito anche nella convenzione con Briga, doveva essere giudicato da due suoi parenti, e, se questi non lo avessero voluto giudicare, doveva essere condannato al banno e al pagamento di un'ammenda; per chi avesse rubato della biada la pena era invece di 20 soldi, mentre i pastori che fossero stati trovati a pascolare sui territori dei due comuni percore "in cattivo modo" sarebbero stati trattenuti con il bestiame per tre giorni; in caso di liti era prevista la possibilità per i contendenti di nominare un procuratore per la tutela dei loro legittimi interessi; era infine stabilito che i pascoli e l'erbaggio dei due paesi potevano essere banditi scambievolmente tra le due comunità.

       Nel 1280, con un'apposita convenzione firmata il 13 luglio nei pressi di carmo Langan dal podestà triorese Federico Vezzano e dal sindaco di Do Guglielmo Tarenca, Triora dichiarò libero da quasi tutte le servitù che esso doveva pagare al comune triorese il paese di Do o Castel Do, che assunse allora il nome di Castelfranco, cioè castello libero, affrancato, e che prese poi il nome attuale di Castelvittorio quasi sei secoli dopo, nel 1862. In tale convenzione erano inoltre delineati i confini dei pascoli alpestri tra i due paesi, indicando i luoghi dove era consentito o vietato pascolare su un territorio comune, falciare il fieno, tagliare la legna, seminare e pratica la caccia nel territorio di Castelfranco tramite l'utilizzazione degli antichi toponimi: dal passo di Ranaro alla colla di Foi, dal vallone delle Morghe al colle Bòzaro, dal monte Gordale alla costa del Corroselo, dalla pineta di Germanzano alla colla di Parà ecc.

      Furono anche stipulati precisi accordi per il pascolo nelle alpi di Cignarea e la coltivazione dei terreni situati in Tenarda e in Langan e per la reciproca tutela di persone e cose attraverso la solita elencazione delle sanzioni pecuniarie a cui andavano incontro coloro che si fossero resi responsabili di furti, danneggiamenti o sconfinamenti di bestiame. Delimitazioni del territorio dei pascoli riguardarono invece un accordo siglato da Triora con Baiardo nel 1282, anche questa volta per la zona di Tomena e di Ceppo. L'anno successivo Triora raggiunse un'intesa con il comune di Carpasio sempre per la questione dei pascoli.

       La convenzione, stipulata il 4 gennaio 1283 a Montalto nella proprietà di Rosso Ammirato dal sindaco di Triora Raimondo Calotta e da quelli di Carpasio Bonino e Guglielmo Giordano, prevedeva ingenti multe, stimabili a cura dei campari e rasperi del comune di Triora, ai ladri di bestiame e ai pastori che lasciassero entrare bestie minute e grosse di un comune nel territorio dell'altro e stabiliva una speciale procedura penale per coloro che si fossero resi responsabili di furto o risse tra cittadini delle due comunità o fossero stati messi al bando o espulsi dal proprio paese, simile a quelle già precedentemente stabilite in convenzioni con altri paesi, e che prevedeva l'intervento del comune di appartenenza del condannato per far rispettare le sanzioni a suo carico.

      Nel 1284, in ottemperanza alle clausole di collaborazione militare con la Repubblica genovese, Triora inviò 200 balestrieri alla battaglia della Meloria, nel corso della quale la flotta genovese distrusse quella pisana. Cinque anni dopo, nel 1290, Triora mandò altri 50 balestrieri per affiancare le truppe genovesi impegnate in uno sbarco in Sardegna nel corso della guerra contro Pisa. Il numero di balestrieri inviati da Triora fu particolarmente alto se si considera che eguagliava quelli mandati da città ben più grandi e popolose come Ventimiglia e Porto Maurizio ed era di poco inferiore ai 60 inviati da Sanremo, mentre sopravanzava nettamente i 25 di Taggia e i 3 di Mentone e Perinaldo. A Triora, come nel resto della Liguria, era particolarmente diffuso l'addestramento di giovani al tiro con la balestra, tanto che i Liguri erano famosi per l'abilità nel maneggiare la balestra. Ancora nel 1403 il comune di Triora risultava armato con quattro balestre.

       Intorno al 1295, a causa di attriti insorti tra i due paesi per questioni di sconfinamenti di pastori e bestiame, si ebbe un'aspra contesa fra Triora e Tenda, nel corso della quale un certo Pietro Balbo di Tenda distrusse vigne e castagneti appartenenti al comune di Triora, trucidò migliaia di capi di bestiame e centinaia di militi trioresi. Da tale contesa derivò un forte indebolimento del traffico commerciale tra i due borghi alpestri, che si sarebbe definitivamente ripreso soltanto più di un secolo dopo con la stipulazione di un patto di buon vicinato tra di due comuni, che permise il ripristino degli scambi commerciali e del pascolo indisturbato del bestiame nelle rispettive zone confinarie. Altre controversie sorsero invece con il comune di Briga per via delle gabelle imposte da Triora alle merci brigasche dirette alla fiera di San Lorenzo e di Santa Croce attraverso l'unica strada percorribile: la Tenda-Briga-Triora-Taggia.